Dal Nicaragua stritolato dalla dittatura di Ortega si può solo scappare: le storie di chi se ne va
Padre Rafael Aragón in Costa Rica coordina attività di sostegno ai rifugiati: «Accogliamo le famiglie che fuggono dalla persecuzione e le accompagniamo nel percorso di regolarizzazione»

Le ultime sono sei famiglie. Hanno lasciato il Nicaragua nei giorni scorsi e ora bussano alle porte del Costa Rica. Non hanno parenti, né una casa dove andare. Chiedono soltanto un luogo in cui fermarsi il tempo necessario per ricominciare. «Ci hanno appena contattato», racconta padre Rafael Aragón, domenicano. Anche lui è un esule. Dopo più di 40 anni di attività pastorale in Nicaragua, il sacerdote si era impegnato in una radio popolare schierata in favore della mobilitazione di otto anni fa, reclamando il rispetto dei diritti umani: «Tutto il personale dell’emittente è perseguitato dal regime. Abbiamo dovuto chiudere e trasferirci all’estero. Quando ho cercato di tornare in Nicaragua me lo hanno impedito». Oggi in Costa Rica guida una comunità domenicana e coordina attività di sostegno ai rifugiati. «Accogliamo le famiglie che fuggono dalla persecuzione e le accompagniamo nel percorso di regolarizzazione».
Nella loro storia c’è il Nicaragua di oggi. Un Paese in cui il dissenso è diventato reato, centinaia di oppositori sono stati privati della cittadinanza e migliaia di altri vivono in un limbo giuridico, senza documenti né possibilità di tornare, che li rende di fatto apolidi. La patria dei poeti – terra di Rubén Darío e altri più grandi autori di lingua spagnola – è diventata afona. L’informazione indipendente è stata cancellata, insieme a più di 5.500 organizzazioni che sono state chiuse, tra cui gruppi per i diritti umani, organizzazioni umanitarie e università. La criminalizzazione del dissenso si nutre di detenzioni arbitrarie e arresti illegali. L’ultimo caso che è riuscito a bucare la cortina del silenzio è la morte sotto custodia statale del leader indigeno miskito Brooklyn Rivera, da tre anni in cella. Secondo il Colectivo de Derechos Humanos para la Memoria Histórica, dal 2018 sono partiti circa 800mila cittadini. Un esodo senza fine a cui il Costa Rica ha risposto nei giorni scorsi annunciando uno status migratorio speciale per richiedenti asilo da Nicaragua, Venezuela, Cuba e Colombia
Gli sforzi di repressione si concentrano oggi sulla Chiesa cattolica, unica forza rimasta indipendente. Le proteste del 2018, nate dalla riforma del sistema pensionistico, sono presto diventate una rivolta disarmata contro la dittatura di Daniel Ortega e della moglie Rosario Murillo. La dura repressione ha portato alla morte di oltre 300 persone. «Prima dell’insurrezione il regime cercava accordi con la Chiesa, offrendo sostegni economici per restaurare edifici o finanziare attività pastorali. Poi la Chiesa ha aperto le porte ai manifestanti, si è schierata accanto ai giovani uccisi, ai perseguitati e ai detenuti. Da quel momento è diventata un bersaglio». In Nicaragua non si è verificato quel processo di secolarizzazione che si vive in Europa. «La maggioranza della popolazione è credente», spiega padre Aragón. «La paura del regime è che la Chiesa possa mobilitare il popolo contro l’autoritarismo grazie all’influenza che sacerdoti e vescovi esercitano sulla popolazione». Il religioso spiega che la predicazione della Chiesa – centrata sulla dignità umana, i diritti fondamentali, la partecipazione democratica e il bene comune – entra inevitabilmente in conflitto con il progetto politico promosso dal potere. «La co-presidente Murillo promuove una forma di religiosità sincretica tra la tradizione cristiana e le tradizioni originarie dei popoli indigeni, precedenti all’arrivo degli europei, e vuole assumere direttamente una funzione di guida spirituale della popolazione», denuncia Aragón.
Secondo l’ultimo rapporto dell’avvocata e attivista Martha Patricia Molina, durante la scorsa Quaresima sono state proibite 6.135 processioni. Più di 300 sacerdoti e quattro vescovi sono stati espulsi dal Paese. «La polizia arriva a chiedere alle parrocchie il programma della Settimana Santa e pretende autorizzazioni preventive per qualsiasi attività», si legge nel report. «Controllano ciò che i sacerdoti possono predicare, monitorano i fedeli che partecipano alle celebrazioni». Oggi, racconta, molti laici continuano a lasciare il Nicaragua a causa della loro partecipazione alla vita ecclesiale. «Non si tratta di una persecuzione contro la religione in quanto tale. È una persecuzione contro la leadership che la Chiesa esercita nella società. Il regime teme il pensiero umanista cristiano che essa promuove». La conseguenza più profonda è il diffondersi della paura. «Manca la libertà di coscienza, manca la libertà religiosa, manca la possibilità di criticare pubblicamente il regime. Chi lo fa rischia il carcere o l’espulsione». Per questo il sacerdote rivolge un appello alle Chiese e alle istituzioni internazionali. «Molti ci dicono che preferiscono non esporsi per timore che la repressione peggiori ancora. Ma se tutti restiamo in silenzio, Rosario Murillo continuerà ad accanirsi contro la Chiesa del Nicaragua. La forza della Chiesa universale consiste proprio nel sentirsi unita e salda».
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