Nei villaggi del Ciad le “mamans lumières” insegnano alle altre mamme come salvare i figli dalla fame
In uno dei Paesi più poveri al mondo la lotta alla malnutrizione infantile passa attraverso una rete di donne formate nei progetti della Fondazione Magis. Vi raccontiamo le loro storie

Sedute in cerchio, l’una accanto all’altra, le giovani mamme di Dourbali, in Ciad - nel cuore profondo dell’Africa - indossano abiti colorati e leggeri. I loro sguardi sono timidi, ma penetranti. Fra le braccia stringono i loro bambini, accarezzandoli dolcemente. Ascoltano con attenzione e a turno, poi, prendono la parola, per condividere storie e pensieri. E lo stesso accade a Bakara, Koundoul, Yarwa Baktaba e in tutti i villaggi ciadiani che negli ultimi tre anni sono stati convolti nel progetto contro la malnutrizione infantile promosso dalla Fondazione Magis (una Ong dei Gesuiti che promuove attività di cooperazione internazionale) all’interno di un programma articolato di prevenzione e screening nato per sostenere il fragile sistema sanitario di uno dei Paesi più poveri al mondo. Un Paese dove l’economia è prevalentemente agricola e di sussistenza e dove le continue crisi politico-militari e le difficili condizioni climatiche rendono la giovane popolazione sempre più vulnerabile. Con una superficie che è oltre quattro volte quella italiana, ufficialmente il Ciad conta circa 19 milioni di abitanti e la natalità è in crescita. Sui più piccoli, però, incombe il rischio di malnutrizione, drammaticamente connesso alla mortalità infantile.

In un contesto sociale dove l’accesso ai servizi sanitari è alquanto difficile, perché non gratuito, e i percorsi di cura sono scarsi e inadeguati, la Fondazione Magis ha scelto allora di puntare sulla prevenzione e sulla formazione inclusiva, “dal basso”, coinvolgendo direttamente nel suo lavoro un centinaio di donne, capaci poi di sensibilizzare altre giovani mamme.In un circolo virtuoso, sempre più ampio e articolato - in 3 anni sono stati raggiunti oltre 10mila bambini, fra 0 e 5 anni d’età - sostenuto con coraggio e determinazione dalle “mamans lumières”, divenute punti di riferimento fondamentali nei villaggi. “Le “mamans lumières” sono la nostra “luce” e le nostre “antenne”. Sono figure autorevoli all’interno del villaggio e fanno da collante fra le comunità locali e le nostre unità terapeutiche infantili. Per età, ruolo (a volte si tratta della moglie del capo villaggio), carisma personale, riescono a essere incisive e a far capire alle altre donne che, di fronte alla sofferenza di un bambino, non si deve restare passivi o affidarsi al fato ma, piuttosto, intervenire in maniera concreta” spiega Sabrina Atturo, responsabile dei progetti per l’Africa della Fondazione Magis. «Le “mamans lumières” sanno riconoscere i segni della malnutrizione. Quando la situazione non è grave, spiegano come usare le farine locali arricchite distribuite dai nostri nutrizionisti. Sono rispettose delle tradizioni, ma riescono a dissuadere dal ricorrere ai “santoni” locali, che ancora usano pratiche pericolose quali tagli sul ventre e impacchi di erbe locali. E quando è necessario, accompagnano le mamme all’ospedale di N’Djamena, la Capitale, dove la nostra équipe si prende cura dei piccoli più sofferenti».

Affrontare questo viaggio, però, non è affatto scontato, perché molte donne non sono mai uscite dal loro villaggio, non sanno prendere un autobus, parlano solo il diletto della zona in cui vivono. Ed è proprio in questi casi, allora, che la presenza rassicurante e protettiva di una “maman lumière” diventa fondamentale. Come ben sa Lydia che, pur nella povertà di mezzi, è capace di una generosità incredibile e ha fatto dell’aiutare gli altri la sua missione personale e la sua più grande gioia. «Lydia è una donna dalla forza incredibile. Imponente, nel fisico ma ancor più nel carattere. Una vera leader. Non parla molto, ma le sue parole sanno essere incisive. Quando l’ho incontrata la prima volta, se ne stava un po’ in disparte. Dopo aver seguito la formazione, aveva chiesto il mio numero di telefono. Non pensavo mi avrebbe mai chiamata. E invece, un giorno, mi arrivò una telefonata dal suo vecchio Nokia” ricorda Sabrina Atturo.“Mi disse che al villaggio c’era un neonato che stava male. Le spiegai che era necessario portarlo in ospedale. Così, Lydia si mise in viaggio, con la mamma e il bimbo, su un autobus fatiscente, affrontando chilometri e chilometri di strade non certo confortevoli. Al suo arrivo, avrei voluto ringraziarla per quanto stava facendo, ma non ne ebbi il tempo, perché fu lei, per prima, a ringraziare tutti noi, sconvolgendo ogni nostro paradigma mentale…».

Ed è sempre grazie all’intervento di una “maman lumière” che una giovane madre non ha solo salvato suo figlio, ma ha potuto ridare un senso alla sua maternità e alla sua stessa vita. «Non rammento il nome di quella donna, ma ricordo bene il momento in cui mise piede in ospedale. I suoi occhi erano persi, assenti. E il corpicino del suo bimbo scheletrico» riprende Sabrina Atturo. «Un bambino nato da una violenza e per lei forse ancora difficile da accettare. La tenerezza e l’attenzione con cui i medici e gli infermieri si sono presi cura di lui nei mesi in cui sono rimasti in ospedale, però, hanno cambiato lo sguardo di quella mamma. E hanno fatto sì che l’amore che provava per suo figlio si manifestasse finalmente in tutta la sua forza». L’équipe della Fondazione Magis è composta da nutrizionisti, infermieri e animatori ciadiani che alla competenza e alla formazione affiancano una profonda conoscenza delle lingue, delle tradizioni e dei costumi locali. “Strumenti” importanti per entrare in relazione con le comunità e guadagnare la loro considerazione. «Fondamentale, in questo senso, è stato però anche il rapporto nato proprio con le “mamans lumières”, che ci hanno accolto con fiducia nelle loro case. Ci hanno raccontato com’è la loro vita quotidiana. Le difficoltà che devono affrontare. I progressi che sperano di poter raggiungere. E hanno costruito un ponte fra noi e le altre mamme. Si è creato così un legame di complicità che garantisce un intervento continuo, giorno dopo giorno» conclude Sabrina Atturo. «Siamo andati oltre i dati, la formazione, la distribuzione dei sacchetti di farina arricchita. Oggi, il programma contro la malnutrizione infantile è ascolto, collaborazione, stima reciproca. Perché il vero cambiamento passa dalle comunità, dalle donne, dalla loro implicazione diretta e responsabile. Senza di loro, nessun intervento di sviluppo può durare nel tempo».
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