Non mi abbandonare
La richiesta “Non mi abbandonare” apre una riflessione sulla fede, sulla fragilità e sul bisogno di legami profondi. Da lì nasce un’intuizione semplice: chi sa chiedere aiuto custodisce una forma alta di speranza, quasi “una delle preghiere più luminose e precise”.

“Non mi abbandonare”, quando mi arriva questa richiesta io non sono per nulla pronto, infatti balbetto qualcosa di stupido, l’imbarazzo mi fa dire una sciocchezza tipo “non abbandonarmi tu, che io sono inaffidabile!” e mentre dico questa stupidaggine figlia della timidezza sento che avrei voluto aver il coraggio di chiedere, semplicemente, “perché?”. Perché mi consegni una frase di tale potenza, perché tanta fiducia in me? Non ci conosciamo nemmeno troppo.
Ma rimango colpevolmente zitto e, umilmente, incasso d’aver fatto ancora una volta la figura dello stupido. Il giorno dopo una cara amica termina una mail carica di riflessioni sulla fede e sul sacro con la stessa identica frase: “non mi abbandonare”. E io rimango interdetto. Sento che c’è un messaggio in tutto questo, qualcosa da decifrare. Stavolta ero pronto però. E la mia risposta è stata più attenta e precisa.
Ma comunque faticosa. Cosa rispondere a chi ti chiede di non essere abbandonato? Come si può avere la forza di promettere fedeltà? Di sicuro ricevere una richiesta di questo tipo mette profondamente in discussione. La prima riflessione che mi è venuta in mente è che parlare di Dio, parlare di se stessi e del nostro rapporto con il divino è qualcosa che fa paura, che toglie il fiato. È come addentrarsi in spazi così luminosi che rischiano di renderci ciechi. E per questo non si vuole e non si può andare da soli. La seconda cosa è che abbiamo bisogno di incontri che rimangano, incroci capaci di sfidare il tempo.
Non tanto a livello pratico (spesso le distanze non aiutano la frequentazione) ma in una sorta di amicizia spirituale, una comunione profonda che permetta di non sentirsi in balia degli eventi, in balia dei propri errori o anche solo in balia di una società che difficilmente riesce a sostenere parole, silenzi, punti di vista, che intercettino la fede. Il paradosso della fede. La terza cosa che ho pensato è stato, ancora una volta, di sentirmi inadeguato, ho pensato alle persone che non avrei dovuto e voluto abbandonare e che invece ho dimenticato, ho pensato all’immaturità che mi ha fatto aspettare di essere compreso, cercato, amato e che non mi ha permesso di compiere il primo passo. Ho pensato che un padre è davvero tale solo quando sente la richiesta di aiuto dei figli prima che questi la esplicitino.
Poi, non volendo scadere nella depressione dell’inadeguatezza, camminando, tenendo al guinzaglio il mio cane Dulcinea, nella solitudine serale del bosco, mi sono messo a cantare quella vecchia canzone preghiera: “non mi abbandonare mio Signore, non mi lasciare io confido in te…”, mi è sembrata la cosa più saggia da fare. Ma c’è un’ultima cosa che mi ha molto colpito di questo esplicito duplice messaggio: la mia ammirazione per chi riesce a chiedere aiuto. La forza umile di chi riesce ad esplicitare il bisogno di non essere abbandonato. Mi è venuto da pensare che la speranza, anche tra le case delle nostre città, è tenuta accesa da persone che elemosinano comunione. Uomini e donne che non ostentano autonomie e sicurezze. Uomini e donne luminosi perché umili, perché così liberi da se stessi da arrivare a consegnare il proprio bisogno d’essere amati. Ho pensato che quelle richieste fossero una delle preghiere più luminose e precise che io abbia mai sentito. Ho pensato al coraggio che ci vuole per affidare a un altro le proprie fragilità. Ho pensato che anche Dio, in qualche modo, continua a implorarci di non essere lasciato.
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