Il fumo uccide, lo Stato incassa. Vero in parte. Parliamone di più
diĀ Andrea Lavazza
Il sistema sanitario spende 1,6 miliardi solo per le ospedalizzazioni legate a un gruppo ristretto di malattie correlate al consumo. La via radicale del governo britannico
Caro Avvenire,
ho sentito alla radio che ĆØ di quindici miliardi di euro lāintroito annuo dello Stato dal monopolio dei tabacchi, ventisei miliardi il costo sanitario del fumo. La pubblicitĆ ipocrita sui rischi o lāinduzione alle sigarette elettroniche con profumi e sapori vari e la promessa della quasi innocuitĆ non migliorano la situazione. In Australia, dove un pacchetto di sigarette costa trenta euro, cāĆØ stata una drastica, quasi totale riduzione dei consumi. La politica, che in Italia con la finanziaria questāanno ha elevato di un miliardo gli introiti del comparto, dovrebbe avere una visione a più lungo termine, cosa improbabile in quanto una stretta ridurrebbe lāintroito ma i costi sanitari per molti anni rimarrebbero elevati. Ragion per cui cāĆØ da dedurre che purtroppo nessuno dei politici oggi e domani al governo penserĆ di proporla.
Giuseppe Gabriele
ho sentito alla radio che ĆØ di quindici miliardi di euro lāintroito annuo dello Stato dal monopolio dei tabacchi, ventisei miliardi il costo sanitario del fumo. La pubblicitĆ ipocrita sui rischi o lāinduzione alle sigarette elettroniche con profumi e sapori vari e la promessa della quasi innocuitĆ non migliorano la situazione. In Australia, dove un pacchetto di sigarette costa trenta euro, cāĆØ stata una drastica, quasi totale riduzione dei consumi. La politica, che in Italia con la finanziaria questāanno ha elevato di un miliardo gli introiti del comparto, dovrebbe avere una visione a più lungo termine, cosa improbabile in quanto una stretta ridurrebbe lāintroito ma i costi sanitari per molti anni rimarrebbero elevati. Ragion per cui cāĆØ da dedurre che purtroppo nessuno dei politici oggi e domani al governo penserĆ di proporla.
Giuseppe Gabriele
Caro Gabriele,
cominciamo con il dato più tragico: sigari e sigarette di varia tipologia in Italia contribuiscono a provocare fra le 70 e le 90mila vittime lāanno, peggio di una guerra sanguinosa. Basterebbe questo dato per mobilitare le risorse del Paese al fine di salvare moltissime vite in futuro (per tanti tabagisti, come lei giustamente sottolinea, ormai il danno ĆØ fatto e si può solo sperare in cure più efficaci per le numerose patologie coinvolte). Ovviamente, se imponessimo misure draconiane contro tutti gli svaghi e i piaceri (comprese le gite in auto, i bagni in mare, gli sport rischiosi e lāeccesso di cibo) ridurremmo i decessi, ma non necessariamente aumenteremmo il benessere totale, posto che siamo esseri mortali, desiderosi di condurre unāesistenza soddisfacente e che le scelte individuali si muovono in direzioni diverse. Possiamo però incidere su alcuni comportamenti dannosi, come il consumo di sigarette, intervenendo sul prezzo di acquisto. Sembra documentato anche dal caso australiano che aumenti consistenti delle accise comportino rapide riduzioni della prevalenza del fumo. Una crescita del 25% della tassazione ha prodotto un calo dei fumatori abituali di quasi un punto percentuale. La strategia fiscale può quindi funzionare come deterrente. Tuttavia, come detto, le persone spesso vanno contro quelli che appaiono i loro migliori interessi. E proprio in Australia si rileva una crescente quota di mercato illegale (leggi: contrabbando) che indebolisce lāefficacia delle politiche fiscali.
cominciamo con il dato più tragico: sigari e sigarette di varia tipologia in Italia contribuiscono a provocare fra le 70 e le 90mila vittime lāanno, peggio di una guerra sanguinosa. Basterebbe questo dato per mobilitare le risorse del Paese al fine di salvare moltissime vite in futuro (per tanti tabagisti, come lei giustamente sottolinea, ormai il danno ĆØ fatto e si può solo sperare in cure più efficaci per le numerose patologie coinvolte). Ovviamente, se imponessimo misure draconiane contro tutti gli svaghi e i piaceri (comprese le gite in auto, i bagni in mare, gli sport rischiosi e lāeccesso di cibo) ridurremmo i decessi, ma non necessariamente aumenteremmo il benessere totale, posto che siamo esseri mortali, desiderosi di condurre unāesistenza soddisfacente e che le scelte individuali si muovono in direzioni diverse. Possiamo però incidere su alcuni comportamenti dannosi, come il consumo di sigarette, intervenendo sul prezzo di acquisto. Sembra documentato anche dal caso australiano che aumenti consistenti delle accise comportino rapide riduzioni della prevalenza del fumo. Una crescita del 25% della tassazione ha prodotto un calo dei fumatori abituali di quasi un punto percentuale. La strategia fiscale può quindi funzionare come deterrente. Tuttavia, come detto, le persone spesso vanno contro quelli che appaiono i loro migliori interessi. E proprio in Australia si rileva una crescente quota di mercato illegale (leggi: contrabbando) che indebolisce lāefficacia delle politiche fiscali.
Veniamo allāItalia, dove il fumo rimane un fenomeno in (troppo) lenta diminuzione. Nonostante decenni di campagne di prevenzione e limitazioni legislative, il numero degli amanti del tabacco rimane considerevole: nella fascia fra i 18 e i 69 anni ĆØ circa un quarto della popolazione mentre, considerando tutti gli over 15, il dato si attesta attorno al 18%, con dodici sigarette al giorno in media. Il sistema sanitario sostiene costi ingenti: almeno 1,6 miliardi solo per le ospedalizzazioni legate a un gruppo ristretto di malattie correlate al consumo. Sommando lāintero impatto sanitario e sociale, diretto e indiretto, si superano i 26 miliardi di euro annui. Accanto alle sigarette tradizionali oggi avanzano dispositivi elettronici e tabacco riscaldato, che in pochi anni hanno triplicato la loro diffusione. Si tratta di un mutamento che apre nuove questioni: dal danno certo del fumo combusto alle incertezze, scientifiche e regolative, circa le nuove forme di nicotina.
Non si può, tuttavia, dare tutte le colpe alla classe politica, come fa lei, caro Gabriele; tra lāaltro, non esiste più il Monopolio statale. Dalla legge Sirchia (in vigore dal 2005) le limitazioni alla sigaretta sono passate da tutti i locali pubblici e chiusi fino a tutte le aree pubbliche o a uso pubblico allāaperto, salvo āaree isolate dove sia possibile mantenere almeno 10 metri di distanza dagli altriā, introdotte, per esempio, questāanno dal Comune di Milano. A Torino, lo spazio minimo ĆØ fissato in 5 metri. Una difficoltĆ , certo, resta quella del controllo e delle sanzioni: alla Stazione Centrale, lāaltro giorno, vari viaggiatori fumavano a un metro da me. E dāaltra parte, sarebbe stato impossibile stare a dieci metri da qualunque altro passeggero...
Dunque, āfare cassaā sui tabagisti non ĆØ cinico, perchĆ© allāaumento delle accise corrisponde una potenziale diminuzione del danno. E se tanti persistono nel consumo almeno finanziano i servizi sanitari ai quali poi dovranno rivolgersi. A meno di scegliere la via radicale adottata dal governo britannico, che recentemente ha avviato una riforma mirata a creare una generazione āsmoke-freeā. La legge, ancora in discussione alla Camera dei Lord, stabilisce che chi ĆØ nato dal 1° gennaio 2009 in poi non potrĆ mai legalmente acquistare tabacco nel Regno Unito, nemmeno una volta maggiorenne. Il divieto non tocca i fumatori attuali, ma prova a rendere impossibile lāingresso dei più giovani nel mercato delle sigarette. Lāobiettivo, ovviamente, ĆØ azzerare gradualmente il tabagismo, riducendo nel lungo periodo decessi precoci e costi sanitari associati. La misura ha però sollevato comprensibili discussioni sulla libertĆ personale e sulla coerenza con la legislazione in merito ad altre sostanze potenzialmente dannose vendute senza restrizioni. Non sono scelte facili, comāĆØ evidente. Meglio sarebbe puntare ancora di più su educazione culturale e prevenzione, andando contro gli interessi dei grandi produttori, ancora molto influenti come lobbisti. E qui la politica ha certamente un ruolo importante.
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