domenica 7 ottobre 2012
Nel terzo capitolo del Giorno del giudizio, grandioso romanzo della Sardegna che George Steiner ha definito «uno dei capolavori della solitudine e della letteratura moderna», Salvatore Satta si perde a guardare il giardino della sua casa: un giardino breve, che è stato riempito di oleandri. Quello che gli si presenta davanti agli occhi, per un momento distesi, è meraviglia. E la meraviglia, o almeno così io credo, deve essere condivisa.. «È un'alba di mezzo agosto… Gli oleandri sono ancora in fiore, e nell'aria umida sembrano ascoltare il canto degli uccelli che Dio ha fatto così mattinieri. Qualcuno guizza tra i rami, le foglie hanno un leggero fremito, subito ricomposto. Ho sempre pensato che tra le piante, gli animali, il vento ci sia un segreto rapporto. Un uccellino non si posa invano tra le fronde, il vento non agita invano le grandi chiome degli alberi che solo noi costruiamo come immobili, classificandoli con orribile e ingiusta parola vegetali. Il loro moto non è certo il nostro, ma è come quello del mare, che non ha senso chiamare immobile, come non ha senso, mi dispiace per Omero, chiamarlo infecondo. E poi il moto degli alberi è verso l'alto, in questa lieta conquista del cielo, che a noi animali (o, come si dice nelle leggi sull'abigeato, semoventi) è negata. Basta».
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