La Parola
si fa carne
e Dio abita
tra di noi

II Domenica dopo Natale - Anno A
January 1, 2026
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.
All’inizio, quando tutto ancora non esisteva, non c’era il cupo silenzio: vibrava una Parola, come una nota o una musica di sottofondo. Il termine ebraico “dabar” che traduciamo con “Verbo” o “Parola”, ha in sé un significato molto più ampio, che comprende non solo il suono della parola, ma anche quella forza che riesce a creare, ad agire, quell’energia cioè da cui si crea e scaturisce un fatto o un avvenimento. È infatti con il dire di Dio, “Sia la luce” che dal caos tutto ebbe inizio. Quella stessa Parola oggi ha scelto di farsi carne, di entrare nella polvere delle nostre strade, di conoscere la nostra fame, la nostra paura, il nostro bisogno di abbraccio. La Parola si fa carne, non teoria, ma presenza, vicinanza, una tenda piantata accanto alla nostra, fragile come la nostra: si può strappare, può essere portata via dal vento. Ci abita accanto il nostro Dio, non altrove, non inaccessibile nei cieli, ma vicino di casa, compagno di viaggio pronto ad accorrere. Abita nel provvisorio come noi, nel quotidiano come noi, nel respiro della vita come noi; non parla da lontano il nostro Dio, non ha bisogno di megafoni per farsi ascoltare, ma entra nella nostra storia, nei nostri gesti, nelle nostre ferite. Un Dio viandante e pellegrino, come noi. Quella Parola ha scelto il linguaggio della fragilità, il nostro. E Giovanni ci dice che è luce, una luce che non cancella la notte, ma la attraversa: non una luce che abbaglia, ma che si rivela dolcemente e che per i Magi prende forma di cometa: loro, stranieri e sapienti, non sono i visitatori curiosi, ma rappresentano la ricerca umana di senso. Guardano il cielo, leggono i segni e non si accontentano di interpretarli, ma si mettono in cammino con una fiducia fatta di domande, fatta di polvere e di stelle. Guardano il cielo e partono, con i loro dubbi, con la loro sete, quasi a rappresentare tutte le nostre domande che si sono messe in cammino. Troveranno una mangiatoia e un volto di bambino indifeso e in quello sguardo incroceranno una verità morbida che si lascia toccare, fatta di pelle, di respiro, di lacrime, di vita. È questa l’Epifania: uno svelarsi di luce. Non ci vuole perfetti il nostro Dio, solo un po’ più trasparenti affinché quella luce possa passare e riflettersi. Una stella attraversa il cielo, guarda bene: è proprio là, nel cielo che è in te.
Letture: Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

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