“Pepe” Mujica, il calcio come metafora della vita

May 20, 2025
Se ne è andato José “Pepe” Mujica, ex presidente dell’Uruguay, figura iconica della sinistra latino-americana, celebre per la sua vita austera, per l’esemplarità come mantra, per lo stile diretto, esplicito e - inevitabile conseguenza di tutte queste caratteristiche - per il suo legame viscerale, profondo con il popolo. Tra i tanti aspetti che componevano la personalità di Mujica trovava spazio una passione molto uruguaiana: il calcio. Non solo “tifo”, ma un rapporto culturale e simbolico con uno sport che in Uruguay è molto più di un gioco. Per Mujica, il calcio rappresentava una lente attraverso cui leggere la società, le sue contraddizioni e le sue speranze, per interpretare e capire la sua gente. Cresciuto a Montevideo, non fu un calciatore (disse testualmente «giocavo mezz’ala, ma facevo schifo»), ma raccontò che una delle emozioni più forti della sua vita fu l’ascolto, con una lampada in mano e avvinghiato a una radio, della vittoria della nazionale uruguaiana al Mondiale del 1950, la famosa sera del “Maracanazo” che devastò il Brasile di dolore e fece impazzire l’Uruguay di gioia. L’idolo dell’infanzia di Mujica non poteva che essere l’autore del gol di quella vittoria storica, Obdulio Varela. Tuttavia, con la struggente malinconia che sempre accompagna lo sport sudamericano, si racconta che, nella notte dopo la finale, Obdulio entrò in un bar, a Rio, per bersi una birra. La gente stava ancora piangendo, in particolare un omone grande e grosso appoggiato al bancone singhiozzava, con il volto rigato dalle lacrime. «Obdulio ci ha fregati», continuava a ripetere. Obdulio Varela lo guardò (all'epoca i volti dei calciatori non erano così noti) mentre quell'uomo continuava a piangere e maledirlo. Qualcuno avvertì l'omaccione che Obdulio era proprio lì davanti a lui, in carne ed ossa. In un silenzio irreale gli si avvicinò e, inspiegabilmente, lo abbracciò. «Ero convinto che sarei morto quella notte stessa» dirà poi Varela «lo guardavo e mi faceva pena. Avevano preparato il più bel carnevale al mondo e io glielo avevo rovinato. Mi sentivo male. Sarebbe stato bello vedere la gente spassarsela con una cosa così semplice. Avevamo un titolo, ma che importava di fronte a tutta quella tristezza?». Forse è per questo che Mujica, durante la sua presidenza, ha spesso usato metafore calcistiche per parlare di politica o per rafforzare l’identità dell’Uruguay, dove “il calcio è una religione laica” capace di unire un Paese intero dietro a un'emozione comune, felice o triste che sia. Nel 2010, pochi mesi dopo la sua elezione a Presidente, la Celeste arrivò quarta ai Mondiali in Sudafrica, dopo un percorso miracoloso che si fermò a causa di un doppio 2-3 subito prima dall’Olanda, in semifinale, e poi dalla Germania in finale per il terzo posto. Tornata in Patria a mani vuote la Nazionale venne ricevuta dal suo Presidente che successivamente consegnò al CT Tabárez la medaglia della Presidenza della Repubblica dicendogli: «Grazie per averci dimostrato che si può perdere, ci si può rialzare e si può tornare a camminare». Parole di un uomo che ha visto nel calcio un simbolo popolare di resistenza, passione e sogni collettivi e che ci lascia una lezione profonda: il calcio, come la politica, ha senso solo se resta vicino alla gente. © riproduzione riservata

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