Le voci degli italiani a Caracas: «Chiusi in casa dopo le esplosioni, siamo sospesi»
Le ore di angoscia della comunità italovenezuelana, che conta 160mila persone, a cui l'ambasciata raccomanda cautela. Fra loro gli imprenditori Cappellin e Di Capua: le strade sono deserte per il coprifuoco. Siamo in attesa di capire come finirà.

«Siamo stati svegliati dalle prime esplosioni nella notte, verso l’una e quaranta. La nostra casa è abbastanza vicina all’aeroporto della Carlota, abbiamo sentito dei botti e il rumore di aerei ed elicotteri che passavano... Poi sono iniziate le telefonate e i video postati sulle chat da amici e conoscenti, che stavano vicino ai luoghi bombardati o che rilanciavano i messaggi di altri. A Higuerote, dove abbiamo una proprietà, il vigilante ci ha chiamato dicendo che l’aeroporto civile locale era stato distrutto...». Gianni Cappellin risiede in Venezuela da una vita e guida un’impresa che produce liquori e distillati per il mercato latinoamericano, con una settantina di dipendenti: «Anni fa davamo lavoro a trecento persone, poi la crisi che ha investito il Paese si è fatta sentire, ma teniamo duro», racconta al telefono da Caracas, dopo una nottata insonne.
Una comunità di 160mila connazionali che lavorano
Cappellin è uno dei 160mila connazionali che, stando alle cifre in possesso dell’ambasciata italiana, vivono e lavorano ancora nel Paese: la maggior parte con doppia cittadinanza, ma anche diversi “expat” giunti per lavoro. Rocco Di Capua, imprenditore, abita in Venezuela sin da giovane e ora attende di sapere come questa vicenda finirà: «Ero appena tornato dall’isola di Margarita quando ho sentito delle deflagrazioni che non sembravano fuochi di artificio. So che alcuni italiani erano perfino tornati a dormire pensando che fosse una delle situazioni già viste in questi anni di proteste, manifestazioni represse e golpe annunciati. Sembra incredibile che tutto questo sia vero e che lo abbia innescato Trump, che non gode del mio credito politico, ma forse alla fine bisognerà essergliene grati». Invece, altri connazionali stanno assistendo al terremoto politico dalle celle dove sono detenuti per motivi pretestuosi: fra loro, Alberto Trentini, il cui caso è noto, ma anche il 61enne di origine siciliane Biagio Pilieri e il 47enne Daniel Echenagucia, imprenditore originario di Avellino, entrambi sposati e con figli. Della loro sorte, in questo caos, non si sa nulla.
Il sogno dell'America, il tracollo del Paese e la diaspora
Vent’anni fa erano 300mila gli italovenezuelani iscritti all’Aire, oltre a un paio di milioni di oriundi. Una comunità irrobustita dall’emigrazione di metà Novecento, che ha sgobbato per costruire la propria America in quella terra baciata dal sole e dalle risorse naturali. Un idillio durato fin quando l’autoritarismo bolivariano e il tracollo economico hanno indotto la diaspora che li ha portati altrove. A chi è rimasto ora la Farnesina raccomanda di «evitare ogni spostamento e prestare la massima cautela». Per le emergenze, «è possibile contattare l’Ambasciata a Caracas al numero +58 414-2101699».
«Strade deserte per via del coprifuoco, per ora non riapro la fabbrica»
L’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito è in continuo contatto col ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Siamo in allerta. La nostra prima preoccupazione è l'incolumità dei connazionali», dice. Da settimane, l’ambasciata stava preparando «possibili piani di contingenza per garantire assistenza agli italiani in caso di bisogno». Al momento, avverte De Vito, «la situazione è talmente fluida e incerta, che raccomandiamo di tenersi in contatto con l’ambasciata e coi consolati, ma di rimanere a casa, di non uscire per strada e di evitare qualsiasi spostamento». Il suggerimento che lo stesso Cappellin e la sua famiglia stanno seguendo: «Restiamo a casa. Fuori dalle finestre non si vede nessuno, per via del coprifuoco. Ma so di alcuni barrios dove il vuoto di potere sta causando confusione, con bande armate in motocicletta», racconta l’imprenditore, che non sa cosa attendersi per il domani: «Per ora non riapriremo la fabbrica, finché non si capirà come evolverà la situazione». A differenza di altri connazionali trasferitisi a Madrid, Roma o Miami, a Caracas nessuno festeggia: «L’economia è ferma da un anno e mezzo, dopo le elezioni vinte dall’opposizione ma che Maduro ha sconfessato. Ma dalla notte scorsa viviamo in un tempo sospeso, in attesa di capire cosa succederà - conclude Cappellin -. Abbiamo vissuto momenti simili nel 2002, quando un golpe momentaneo spodestò l’allora presidente Chavez per poche ore. Stavolta pare difficile che il regime resti in piedi, ma è meglio attendere ed essere prudenti».
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