L'attacco in Venezuela spiegato da Trump: «Gestiremo noi il Paese»

di Elena Molinari, New York
In una conferenza stampa fiume il presidente Usa rivendica apertamente l’intervento a Caracas come applicazione dell’“America First”, dichiarando che sarà Washington a occuparsi del Paese per un periodo indeterminato con particolare attenzione allo sfruttamento delle immense riserve petrolifere
January 3, 2026
Trump durante la conferenza stampa e nella foto nel cerchio Maduro subito dopo l'arresto
Trump durante la conferenza stampa e nella foto nel cerchio Maduro subito dopo l'arresto
La definizione di “America First” è quella che Donald Trump sostiene che sia. E da ieri include attaccare un Paese straniero per avere accesso al suo petrolio. È con questa chiave di lettura che il presidente Usa ha giustificato ieri l’operazione militare statunitense lanciata contro il Venezuela, culminata nella cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie e in una dichiarazione senza precedenti: «Saremo noi a gestire il Paese», ha detto il capo della Casa Bianca, rivendicando la violazione della sovranità di uno Stato straniero come un interesse nazionale Usa e rivolgendo lo sguardo alle immense riserve energetiche venezuelane. L’operazione, avviata alle 22:46 ora di Caracas, è stata raccontata dallo stesso presidente americano con toni cinematografici: Maduro avrebbe tentato di rifugiarsi in una camera blindata, senza riuscire a chiuderne la porta prima dell’arrivo delle forze Usa. Un’azione rapida, secondo Trump, che avrebbe superato «molta resistenza». Al di là dei dettagli operativi, colpisce il messaggio politico: Washington «gestirà il Venezuela per un certo periodo di tempo», ha detto il tycoon, senza chiarire con quale mandato, anche se, a poche ore dal blitz, l’amministrazione ha cercato di fornire una sua cornice giudiziaria all’operazione. Il procuratore generale Pam Bondi ha infatti reso pubblico un atto d’accusa che imputa a Maduro e alla moglie Cilia Flores, ora trasferiti negli Stati Uniti, cospirazione per “narcoterrorismo”, importazione di cocaina, fino al possesso di mitragliatrici e ordigni distruttivi.
Trump ha poi spiegato che il Paese sarà amministrato da «un gruppo», indicando alle sue spalle il segretario di Stato Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth e il capo degli Stati Maggiori Riuniti Dan Caine. Ha aggiunto di non temere di inviare soldati sul terreno, con una netta inversione di rotta rispetto alla linea ufficiale dell’Amministrazione, finora contraria a missioni militari all’estero e alla retorica elettorale con cui Trump aveva promesso di porre fine alle “guerre infinite”. Il perché dell’attacco emerge dalle parole dello stesso presidente. Più volte, durante la conferenza stampa a Mar-a-Lago, ha parlato di petrolio: le compagnie americane ricostruiranno le infrastrutture energetiche di un Paese che detiene circa il 17% delle riserve mondiali di greggio. «Preleveremo enormi quantità di petrolio — ha detto — e una parte andrà agli Stati Uniti come rimborso per i danni causati dall’amministrazione Maduro». Il resto sarà venduto a Cina, Russia e altri Paesi. Il tutto «non ci costerà nulla», ha assicurato. A chi gli chiedeva per quanto tempo Washington governerà Caracas, Trump ha parlato di una “presenza in Venezuela per quanto riguarda lo sfruttamento del petrolio”, sostenendo che la vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez sarebbe disponibile a collaborare con gli Usa, proprio mentre la televisione di Stato di Caracas trasmetteva una sua denuncia della “brutale aggressione americana” e un appello per avere «prove di vita» di Maduro e della first lady.
L’attacco rappresenta il culmine di una campagna di pressione militare Usa sul Venezuela, che ha incluso azioni ostili contro imbarcazioni venezuelane, comprese petroliere, in acque internazionali. Episodi che hanno causato decine di vittime e che avevano già sollevato allarme sul rispetto del diritto internazionale e dissenso negli Stati Uniti. La mossa di ieri rischia infatti di provocare una dura reazione del Congresso, che detiene il potere costituzionale di dichiarare guerra, e di spaccare la base Maga, ideologicamente contraria a interventi militari all’estero. Sondaggi recenti indicano che la maggioranza degli americani, compresa una quota significativa di repubblicani, si oppone a un’invasione del Venezuela senza un voto parlamentare. Ma Trump ha lasciato intendere che l’operazione potrebbe non restare isolata. Ha minacciato il presidente colombiano Gustavo Petro e ha evocato Cuba come possibile prossimo fronte, alimentando il timore di una destabilizzazione più ampia dell’America Latina. «Avrete sicurezza, giustizia e un Paese di nuovo grande», ha promesso ai venezuelani Trump, lo stesso leader che, in nome dell’America First, ha appena bombardato la loro capitale.

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