La mediazione è sempre necessaria, anche con Putin
Se si vuole interrompere la spirale della guerra, le radici profonde dell’umiliazione vanno riconosciute. Non per giustificare l’ingiustificabile, ma per disinnescare un processo fuori controllo

Gli anni precedenti il 1939 - quando le concessioni e le ambiguità di Francia e Inghilterra alimentarono l’illusione di poter “placare” le pretese di Hitler, finendo invece per rafforzarlo - sono stati ripetutamente richiamati in rapporto alla questione ucraina. Per quanto opportuno, tale richiamo mette in ombra il fatto che il nazismo si sviluppò come conseguenza dell’umiliazione subita dalla Germania dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale e le misure punitive imposte dai trattati di Versailles. La perdita di territori, le riparazioni economiche, la limitazione della sovranità militare e politica furono vissute da ampi strati della società tedesca come una mortificazione collettiva, con conseguenze non solo sull’economia, ma sull’identità stessa del Paese.
L’umiliazione è una ferita narcisistica che si sviluppa quando individui o comunità si sentono svalutati, denigrati e ridotti in una condizione di inferiorità. Quando l’autostima e il senso di sé vengono gravemente compromessi, tale ferita tende a trasformarsi in risentimento, desiderio di rivalsa, bisogno di riscatto. Se non riconosciuta ed elaborata, l’umiliazione può arrivare a scatenare reazioni violente. È precisamente questo il sentimento che Vladimir Putin ha per anni coltivato e alimentato nella società russa. Fin dall’inizio del suo lungo potere, Putin si è presentato come colui che avrebbe risollevato la Russia umiliata dal crollo dell’Unione Sovietica e dal caos degli anni Novanta. Non a caso, il leader russo ha più volte definito la dissoluzione dell’Urss la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo. E non per nostalgia del comunismo, quanto per la perdita di status, influenza e riconoscimento internazionale della Russia.
In questa prospettiva, l’annessione della Crimea e l’invasione dell’ucraina non possono essere comprese senza considerare la visione imperiale e il ruolo nel mondo che Putin attribuisce al suo paese. L’idea di sicurezza dei confini ripetutamente evocata da Putin coincide con la ricostruzione di una sfera di influenza che richiama l’impero sovietico e, in parte, quello zarista. L’Ucraina, in questo disegno, non è riconosciuta come nazione sovrana, ma viene vista come uno spazio “naturale” di influenza russa. Per il Cremlino, la sua autonomia rappresenta una condizione antistorica. Così, per riscattare un’umiliazione, Putin ne infligge una ancora più brutale al popolo ucraino. Ecco perché l’invasione e la guerra sono contrassegnate da una violenza estrema, non solo militare, ma anche simbolica: la negazione dell’identità ucraina, la distruzione di città, infrastrutture, i bombardamenti di civili, esprimono la volontà di “soggiogare” l’altro, di spezzarne la dignità. In questo modo, la spirale dell’umiliazione si alimenta producendo nuove ferite destinate a durare nel tempo. Esattamente come negli anni Trenta, siamo dentro a un meccanismo pericolosissimo che rischia di tracimare ben al di là delle regioni contese. Come si ferma questa spirale? A essere onesti, bisogna ammettere che una risposta chiara, ad oggi, non c’è. Non esistono soluzioni semplici o indolori al deterioramento dei rapporti tra Russia e Europa. Come si vede chiaramente dalle difficolta che il processo negoziale registra in questi giorni. E tuttavia, non si può e non di deve smettere di insistere su questa strada. Che, per quanto difficile, è l’unica che può fermare la deriva su cui stiamo scivolando ormai da troppi anni. Avendo in mente due punti di riferimento ben precisi.
Il primo è ribadire che i confini, la sovranità degli Stati, il diritto internazionale non sono questioni regolabili dai rapporti di forza. Se violati senza conseguenze, il mondo diventa più instabile e pericoloso per tutti. La resistenza ucraina e il sostegno occidentale vanno letti in questa chiave. Ma, nel sostenere questo argomento, l’Occidente dovrebbe anche ammettere di non aver sempre rispettato tali principi. E di voler rendere la crisi ucraina l’occasione per un loro solenne rilancio. Il secondo è la necessita del dialogo, del negoziato, della trattativa. Per quanto possa risultare moralmente inaccettabile confrontarsi con chi usa la violenza, non si deve dimenticate che nessun conflitto termina senza una qualche forma di mediazione. Se si vuole interrompere la spirale della guerra, le radici profonde dell’umiliazione vanno riconosciute. Non per giustificare l’ingiustificabile, ma per disinnescare un processo fuori controllo che nessuno sa dove possa portare. L’obiettivo da cui non si deve demordere è quello di costruire uno spazio in cui sicurezza, diritto e riconoscimento possano essere ricomposti senza legittimare l’aggressione. La via è impervia. Tanto più che tra i contendenti c’è un solco profondo, colmo di odio e rancore. Ma è la sola via che va percorsa, perché l’alternativa è l’abisso di una spirale senza fine. Fatto solo di nuove umiliazioni e nuove violenze.
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