La nuova legge elettorale e il "bug" dei seggi-premio

La riforma introduce un proporzionale con premio di maggioranza, ma tra soglie e criteri di assegnazione emergono criticità tecniche, come il meccanismo che attribuisce il premio su base nazionale ignorando i risultati territoriali, con possibili profili di incostituzionalità
April 5, 2026
Le cronache ci hanno riferito che la proposta di riforma elettorale voluta dal governo – giornalisticamente nota come Stabilicum (o, per i critici, Melonellum) – è stata incardinata nella commissione Affari costituzionali della Camera, primo passo di un iter che la maggioranza vorrebbe concludere entro l’estate a Montecitorio e completare al Senato nel mese di ottobre. Così pare a livello di intenzioni. L’esito del recente referendum dovrebbe indurre Palazzo Chigi a evitare forzature e a ricercare un dialogo con le opposizioni, ma non è affatto scontato, anche perché per dialogare bisogna essere almeno in due. La proposta dell’esecutivo, com’è ormai ben noto, prevede come asse portante un sistema proporzionale con un premio di maggioranza per la coalizione più votata che ottenga almeno il 40% dei voti. Tale premio consiste in 70 deputati e 35 senatori che dovrebbero servire ad assicurare allo schieramento vincente i numeri per governare. Impostato così, il discorso sembrerebbe semplice (ammesso e non concesso che si giudichi positivamente l’istituto del premio di maggioranza) e invece le questioni in ballo sono molte di più e molto più complesse. Quando si parla di sistemi elettorali, anche quelli che paiono dettagli marginali possono rivelarsi fattori decisivi. Non ci si può fidare neanche dei numeri. L’entità del premio, per esempio, sulla carta sembra rientrare in quel 55% dei seggi che la Corte costituzionale ha indicato come potenzialmente legittimo, ma altri conteggi che chiamano in causa diversi fattori (come gli italiani all’estero) avvertono che in concreto il limite rischia di essere superato.
Ma il sistema elettorale serve in primo luogo per eleggere i parlamentari, e questo è l’altro grande filone di dibattito. Nel momento in cui si aboliscono del tutto i collegi uninominali – che pure costituiscono una soluzione collaudata – si pone il problema di come consentire agli elettori di scegliere chi li rappresenta e non soltanto un partito. Non sono pochi coloro che vorrebbero reintrodurre le preferenze, ma la Consulta, bocciando risolutamente le lunghe liste bloccate, ha giudicato costituzionalmente accettabili anche le liste brevi che assicurino comunque la riconoscibilità dei candidati. E qui lo Stabilicum contiene una sorta di bug istituzionale. È stato Dario Parrini, vicepresidente pd della Commissione Affari costituzionali del Senato (diamo a Cesare...), ad accorgersi che le piccole liste territoriali previste per assegnare i parlamentari del premio non sono liste autonome ma in pratica frazioni di un listone nazionale. «Ai fini dell’elezione o meno dei candidati delle liste circoscrizionali – è la spiegazione di Parrini – il risultato circoscrizionale delle singole coalizioni non conta assolutamente niente. Per esempio, i 3 senatori previsti come premio per la Campania e l’Emilia-Romagna, o i 2 previsti come premio per la Toscana, scatterebbero tutti in favore della coalizione vincente a livello nazionale anche se in Campania, Emilia-Romagna e in Toscana quella coalizione dovesse perdere 90% a 10%». Il “baco” può essere corretto, certo, però bisogna farlo davvero se si vuole evitare di esporre subito la futura legge alla bocciatura della Corte costituzionale.

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