La storia di Anastasia: dal night alla strada e poi il “don” che l'ha salvata

Arrivata dalla Romania inseguendo una promessa di lavoro, la donna si ritrova sul marciapiede, dove incontra la Comunità Papa Giovanni XXIII
April 5, 2026
La storia di Anastasia: dal night alla strada e poi il “don” che l'ha salvata
ALESSANDRO DI MEO/ANSA
Per Anastasia dopo la via crucis è arrivato il tempo della resurrezione. La sua è una storia intrisa di inganni, violenza e sfruttamento, una storia che sembrava destinata alla perdizione ma che grazie a un incontro decisivo ha trovato la strada per ripartire.
A 18 anni arriva in Italia dalla Romania fidandosi di una promessa di lavoro che gli aveva fatto l’uomo che da mesi la corteggiava. Il luogo di lavoro è in realtà un locale notturno in cui deve mettere il suo corpo a disposizione dei clienti. I suoi reiterati rifiuti devono fare i conti con la prepotenza del compagno, indispettito dalla sua resistenza e dall’insoddisfazione dei frequentatori del locale che, vedendola così inerme, non si divertono e protestano: la “merce” messa a disposizione è scadente. Arrivano le minacce, le botte, le torture sulla sua giovane pelle, dopo un anno Anastasia viene venduta a un altro gruppo di romeni che la costringono a prostituirsi sulla strada. «Ero terrorizzata, piangevo tutto il giorno. Una vita d’inferno alla quale non sapevo come sottrarmi, tra le intimidazioni dei miei magnaccia, lo schifo che provavo nel vendere il mio corpo e il ghigno degli uomini che mi invitavano a salire sulla loro auto. Ma Dio ha avuto compassione di me ed è venuto a cercarmi». La svolta arriva durante una delle tante notti passate sulla strada, quando a sorpresa si trova davanti un prete. È don Aldo Buonaiuto, figlio spirituale di don Oreste Benzi, l’uomo che aveva fatto della liberazione dalla schiavitù della prostituzione uno dei cardini della sua opera di carità. «Mi ha proposto di lasciare la strada e di seguirlo, ma era troppo rischioso perché venivo controllata a vista. Lui è tornato anche nelle notti successive, regalandomi un rosario e chiedendomi di pregare don Oreste. E insisteva: «Vieni via con me, non avere paura, vedrai che insieme ce la faremo. Una notte ero stata picchiata prima dal mio magnaccia e poi da un cliente ubriaco che mi aveva riempito la faccia di lividi. Ero in fondo all’abisso, peggio di così non poteva andare, vincendo la paura ho fatto il passo decisivo e ho seguito don Aldo che mi ha portato in una casa della Comunità Papa Giovanni XXIII dove è cominciata la mia seconda vita».
Oggi Anastasia ha 22 anni, lavora in una cooperativa dove è impegnata nella produzione di marmellate che nel loro nome raccontano il senso della sua storia. Si chiamano “Redenta”, vengono realizzate in un laboratorio artigianale avviato alcuni anni fa dalla cooperativa sociale Pace in Terra, dove alcune donne vittime di tratta producono conserve artigianali utilizzando frutta del territorio fornita da consorzi agricoli. Il laboratorio (www.redenta.it) è all’interno della grande trama di carità tessuta da anni dalla Comunità Papa Giovanni XXIII ed è sostenuto dalla Fondazione Santo Versace e dall’Università Politecnica delle Marche che ha messo a disposizione le tecnologie per la trasformazione alimentare. Inoltre, grazie alla collaborazione con la Federazione Italiana cuochi, le donne che lavorano nel laboratorio ricevono una formazione di eccellenza. Recentemente la cooperativa sociale Pace in terra, in accordo con la Fondazione Casa dello spirito e delle arti, ha promosso un’altra iniziativa che coinvolge donne con un passato difficile nella produzione delle ostie e «che speriamo possa trovare attenzione nelle parrocchie del territorio», commenta don Buonaiuto.
Anastasia vive giorni di gratitudine e di gioia: «Quest’anno per me sarà davvero una Pasqua di resurrezione, mi sento proprio descritta da quel nome - Redenta - che diamo alle nostre marmellate. Grazie a questo lavoro ho potuto trovare una casetta in affitto, fare la patente e comprarmi un’auto». Non ha dimenticato - e come potrebbe? - il passato che l’ha segnata indelebilmente. Insieme a don Aldo e ai volontari che collaborano con lui tornerà sulle strade da cui era fuggita, per offrire un’alternativa alle donne che provano il dolore che lei stessa ha provato. Perché quel dolore non sia l’ultima parola sulla loro esistenza.

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