Giovani “indifferenti” alla Pasqua? Come avvicinarli alla Luce che cercano
Il giorno e il tempo che celebrano la Risurrezione di Cristo sono una di quelle occasioni in cui si fa più evidente il distacco delle nuove generazioni dalla Chiesa e dalla religione. Eppure ascoltando i loro ideali si colgono i semi del Vangelo

«Che cosa rappresenta la Pasqua per gli adolescenti e i giovani di oggi? Può dire ancora qualcosa o sono davanti a un linguaggio diventato per loro completamente muto?». È la domanda che mi ha posto un amico, padre di due figlie ormai giovani. E con una punta di amarezza mi dice che le sue figlie hanno rifiutato di partecipare alla Via Crucis della parrocchia. Non è un rifiuto rabbioso, il loro, ma qualcosa di più profondo: un’estraneità che nasce dal non riconoscersi più in simboli percepiti come distanti dalla vita.
Quasi a risposta, ho ricevuto la riflessione di Chiara, diciotto anni. «Per come sono oggi, la Pasqua è quasi più un’atmosfera che altro. Mi piace l’idea di andare alla Veglia pasquale perché mi fa sentire il senso di comunità che secondo me la Pasqua racchiude. Per come l’ho sempre vissuta, infatti, la Pasqua presuppone convivialità e condivisione, sia di un momento (che può essere il pranzo) sia delle proprie vite in generale. É un giorno che si può considerare vissuto veramente quando lo si trascorre stando bene insieme». Parole in cui si respirano serenità, freschezza, calore, ma niente di religioso. Difficile accostare queste parole all’atmosfera severa del Venerdì o al silenzio del Sabato Santo; anche sulla cena del Giovedì, cena tra amici, vi è l’ombra del tradimento, dell’abbandono, dell’addio. Nelle narrazioni bibliche del Triduo pasquale si ascoltano parole cariche di dolore, di violenza, di brutalità; quanti di noi pensano che la vita di tutti i giorni ci riserva già tutto questo, e ci sembra troppo che anche la fede quasi accresca il peso quotidiano che abbiamo sulle spalle?
Molti poi pensano che nei tre giorni pasquali si rievochino eventi che riguardano il passato; certo sono grandi, sono il fondamento della nostra fede, ma che cosa hanno da dire a noi, gente di oggi? Difficile pensare che proprio la dimensione di dramma della Pasqua non faccia altro che rispecchiare una tragica attualità; e che tutto questo, anche solo dal punto di vista umano, renda la Pasqua un’esperienza di oggi. E poi, è difficile passare dalle parole del Venerdì Santo a quelle della Domenica di Risurrezione. Bisogna aver sperimentato qualche volta che dalla morte può nascere una vita; che dal dolore si può uscire trasformati. La difficoltà non riguarda solo per i giovani, ma anche gli adulti. Anche per loro varrebbe la pena chiedersi: che cosa significa Pasqua, anche per chi ha la consuetudine di viverla da credente. Gli eventi che la Chiesa celebra – dramma di sofferenza, di solitudine, di morte e di vita – sono racchiusi in riti solenni, carichi di un simbolismo non sempre facile, se non si è pronti a lasciarsi coinvolgere nel mistero.
Che cos’è la Pasqua per Chiara? Una festa di condivisione e di convivialità; un’esperienza di comunità, di calore familiare. Anche se ha partecipato alla Veglia pasquale, in quella celebrazione ha vissuto soprattutto il senso di comunità; per lei la Pasqua è questo. Nelle sue parole si legge un desiderio di armonia e di pace che hanno sapore pasquale.
Per altri giovani, la Pasqua è l’occasione per qualche giorno di vacanza, per un viaggio con gli amici, per godere i primi tepori della primavera. Qualcuno partecipa alle celebrazioni liturgiche, ma di esse e della loro straordinaria ricchezza che cosa vivranno? Che cosa potrà parlare loro? La Pasqua è una di quelle occasioni in cui si fa più evidente il distacco delle nuove generazioni da un mondo religioso che per molti di loro non esiste più; per altri, se rimane, è profondamente trasformato.
È questa generazione, di giovani ormai “diversamente credenti” che mi interpella di più, perché in loro leggo quello che io non riesco (ancora) a capire e quello che la mia generazione non è riuscita a trasmettere. La loro è una Pasqua laica, la loro sensibilità riflette una spiritualità “non religiosa”, ma anche senza rifiuto della religione; loro casomai sono gli interpreti incerti di una forma spirituale entro la quale scorre una sensibilità nuova, che chiede di essere letta e capita. Non è una spiritualità senza valori: piuttosto rimanda al desiderio di un’umanità fraterna e nuova: la condivisione, la pace, l’essere insieme, aspirazione profonda per questo tempo frammentato e violento.
Dalla solennità dei riti i giovani si sentono trasportati in un mondo senza tempo, che non è il loro; il mistero resta offuscato da parole – troppe parole – che non hanno riverbero nella vita concreta e nella sua attualità. Le narrazioni ecclesiali difficilmente riescono a far leggere in trasparenza il rapporto tra la Passione e le passioni, tra la Passione di Cristo e quella delle donne e degli uomini di oggi, che hanno nomi molto concreti e non meno drammatici di quelli proposti dai Vangeli.
In questa Pasqua 2026, in quella che papa Leone ha definito un’«ora oscura della storia», il mondo è in fiamme quasi ovunque; vi sono le guerre di cui ascoltiamo ogni giorno la cronaca, con il fiato sospeso, e quelle sconosciute e talvolta ancor più violente. E vi sono anche migliaia di giovani, in ogni parte del mondo, che marciano chiedendo la fine delle guerre e di ogni violenza: sono il segno di una Pasqua che cerca di farsi strada dentro la storia concreta. Forse loro non lo sanno, ma tra le parole dei giorni drammatici della passione di Cristo è risuonato il suo ordine di “riporre la spada nel fodero” a chi pensava di mettere fine alla violenza con la violenza. Il Signore è con tutti coloro che oggi gridano di “riporre la spada nel fodero”, e lo gridano ai grandi della terra che sembrano diventati sordi alle voci dell’umano.
Il Signore Gesù è con chi invoca la pace, così come è con i bambini di Gaza, con le donne di Teheran, con le famiglie accampate per le strade di Beirut o nelle case distrutte dell’Ucraina. Forse se i padri e le madri credenti, se le comunità cristiane riuscissero a far capire ai giovani che continuare a credere nella vita pur in questo scenario è Pasqua! Al di là delle forme religiose che ne racchiudono il messaggio, forse anche i giovani di oggi, almeno quelli pensosi e inquieti, capirebbero che la Pasqua ci e li riguarda, oggi; che non è la rievocazione di eventi pure decisivi del passato, ma è evento di oggi, per compiere nella promessa basata sulla risurrezione di Cristo il rinnovamento delle nostre vite e della storia tutta, chiamata a risorgere.
La via Crucis del Signore continua nella via crucis delle donne e degli uomini di oggi, dove ci sono le guerre, e dove vi è la normale quotidiana fatica di vivere; continua nel cuore di giovani che non riescono più a credere nella vita, nelle loro solitudini e nelle loro domande che non trovano interlocutori; negli stenti dei poveri che dormono su letti di cartone o di migranti che rischiano la vita perché credono ancora in una dignità possibile.
Tocca noi, adulti, educatori, laici e ministri del Vangelo, annunciare ai ragazzi e alle ragazze di oggi che Pasqua è oggi! E che in ogni loro slancio di bene, lì Lui risorge! Certo, servono parole nuove, forse riti meno formali e meno verbosi, più sobri e più trasparenti per lasciar intuire la densità del mistero cui i simboli alludono.
Per vivere e parlare in modo autentico della Pasqua penso che sia necessario l’ascolto profondo della vita. Occorre imparare a credere che in ogni dolore umano è Cristo che continua a soffrire; che in ogni desiderio di bene c’è una scintilla della luce di Pasqua, ne siamo o no consapevoli. Pasqua è anche riuscire a riconoscerla nella vita, e imparare a non rinchiuderla nei riti ma casomai aprire la solennità del rito all’umiltà dimessa della quotidianità.
Oggi, giorno di Pasqua, la Chiesa celebra l’uscita del Signore dal tunnel del dolore e della morte. C’è una vita nuova promessa e possibile nella Risurrezione del Signore Gesù. Abbiamo davanti i cinquanta giorni del tempo pasquale per meditarne il mistero e per cercare parole e gesti nuovi per viverla e per annunciarla.
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