Nella sanità e nella cura vogliamo essere dottori della legge o samaritani?
Tra stili di vita, disuguaglianze e carenze assistenziali, la necessità di una riflessione civile e sanitaria per invitare alla responsabilità condivisa e a una prevenzione concreta
Papa Leone XIV, il 18 marzo, ha affermato: «La domanda che sta al centro del tema di questa giornata, tratta dal Vangelo di Luca (cfr. 10,29), riguarda il dialogo fra Gesù e un dottore della legge, il quale aveva appena riconosciuto che il comandamento principale è “amare Dio e il prossimo”». Il dottore della legge, per giustificarsi e forse limitare l’obbligo di amare, pone la domanda “Chi è il mio prossimo?”. Gesù risponde con un esempio raccontando la parabola del buon samaritano (cfr 10, 30-37) nota a tutti. In fondo Gesù sottintende al dottore della legge che il modo migliore per amare Dio è di fatto amare il prossimo.
È una lezione su cui dovrebbero riflettere tutti, credenti e non, perché ogni tempo ha il suo prossimo. Per chi si occupa di salute, come il sottoscritto, il prossimo è chiunque soffra per situazioni fisiche, psicologiche o sociali. Sono molti i sofferenti che non ricevono cure: basti pensare che la durata di vita della popolazione italiana è di 83,6 anni, ma la durata di vita “sana” è 20 anni in meno per la presenza di malattie che in parte ci autoinfliggiamo. Infatti abbiamo 12 milioni di fumatori, 20 milioni di persone che bevono prodotti contenenti alcol (birra, vino, liquori) oltre ai dipendenti da droghe, giochi d’azzardo, farmaci e cibo. Chi se ne occupa? Cosa fanno i medici? Prescrivono farmaci anziché promulgare buone abitudini di vita. Sostengono il mercato della medicina, anziché privilegiare la prevenzione. Cosa fanno i ricercatori? Lavorano per migliorare la situazione, ma quanti scendono in piazza, nelle scuole, nei luoghi di lavoro per insegnare tutto ciò che aiuta la prevenzione, anche a livello dell’ambiente, del clima, della scuola, del contesto familiare e sociale. E cosa fanno i cittadini? Stare attenti alla propria salute non è solo una forma di “sano egoismo”: è un dovere.
Ci lamentiamo del Servizio sanitario nazionale per le lunghe liste d’attesa, che colpiscono soprattutto i poveri – circa 5 milioni in Italia –, perché non possono pagarsi visite ed esami, ma le liste d’attesa sono la mancanza di atti di solidarietà: occupiamo visite, esami, letti, Pronto Soccorso perché non amiamo il nostro prossimo, soprattutto quello che ha malattie non evitabili. Abbiamo in Italia gravi differenze regionali di cui non ci occupiamo. In Lombardia si vive 2 anni di più che in Campania; in Calabria la mortalità neonatale è più del doppio rispetto al Veneto; in molte Regioni mancano letti di Terapia intensiva e Unità palliative per adulti e bambini. Come mai le donne ricevono farmaci studiati solo nei maschi? I bambini sono trattati come piccoli adulti mentre sono organismi in crescita? I vecchi ricevono su prescrizione anche 15 farmaci contemporaneamente, una situazione irrazionale.
Abbiamo 7.000 malattie rare di cui nessuno si occupa perché i farmaci cosiddetti orfani non danno profitto. Abbiamo 4 milioni di persone che soffrono per malattie mentali, ma meno di un quinto può venire curato per mancanza di strutture, psichiatri, psicologi, assistenti sociali. Cosa facciamo per far agire i politici? Siamo tutti in gran parte silenti, anziché lavorare perché le cose cambino il più presto possibile. Siamo tutti dottori della legge anziché essere samaritani. In fondo, papa Leone XIV ci ricorda come il mondo cambierebbe se osservassimo l’appello evangelico: «Amerai il prossimo tuo come te stesso».
Fondatore e Presidente dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri Irccs
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