I sensi di colpa? Sono un segno di maturità
Da anni assistiamo a un abbandono educativo, ma ciascuna persona di buon senso sa che sentire rimorso per aver fatto del male a sé o ad altri, specialmente se più fragili e indifesi, è sano e adeguato
Esiste un senso di colpa sano e necessario, cui educare e rieducarci a livello personale e comunitario. Dirlo non è politicamente corretto, ma è necessario. Ne scriveva già Vittorino Andreoli: «Amici laici, rivalutiamo il senso di colpa» (Avvenire 26/6/ 2001). Tanti pensatori, psichiatri, psicologi, teologi, catechisti, come pure sagge guide spirituali, recependo le istanze delle scienze umane (GS 62), hanno aiutato non poche persone a liberarsi da sensi di colpa esagerati, infondati, addirittura patologici, frutto anche di educazione di tipo piuttosto rigorista e repressivo. Con molta onestà intellettuale, però, Andreoli riconosceva che non era giusto sottovalutare la funzione educativa del senso di colpa e che era venuto il momento di favorirne una riabilitazione. Una completa assenza di colpa, infatti, di fronte a comportamenti assai lesivi della persona e della dignità dell’altro, non è meno indicativa di immaturità, quando non di patologia, che una sua esagerazione (vedi i disturbi di personalità narcisista o antisociali, per esempio). Considerando, poi, la diffusione di tanti comportamenti nella nostra quotidianità, non c’è da stare sereni: tanti, per esempio, non provano sufficiente dispiacere e rimorso nell’aver ferito, maltrattato, ingiuriato, svalutato un loro simile; oppure proiettano la colpa sugli altri, favorendo ricerche di capri espiatori pur di non assumersi le proprie responsabilità. In alcune condotte emerge, e talvolta prevale, una freddezza di chi sembra diventato senza cuore. C’è, addirittura, chi si vanta di non sentirsi mai in colpa o di non vergognarsi di nulla. E questo non è solo un fenomeno di singoli individui, ma investe intere collettività che vivono nel più completo disinteresse verso fenomeni di corruzione, malcostume ed egocentrismo. Vi sembra più umano tutto questo? Quello che è preoccupante è che un clima "affettivo" così – meglio sarebbe dire "anaffettivo" - sia sostenuto da una mentalità diffusa e razionalizzata, una vera e propria ideologia pratica, oltre che teorica, professata e diffusa senza la benché minima e necessaria verifica o autocritica. Anche in casa cattolica siamo passati dal colpevolizzare tutto, in modo esagerato e ingiusto, ad avere imbarazzo e timore nell’affrontare certi temi - colpa, rimorso, pentimento -, almeno tentando un approccio più intelligente. Il problema è che questo sembra avvenuto progressivamente senza un vero discernimento, ma per un misto di sudditanza culturale, ignoranza, debolezza personale, convenienza o reazione oppositiva quasi adolescenziale a prassi sbagliate. Con un eccesso di semplificazioni e riduzionismi vari, di tipo psicologico e teologico, anziché distinguere e integrare, abbiamo confuso; si è data per scontata, per esempio, una netta separazione tra colpa psicologica, rimorso, peccato, pentimento etc. C’è stato un abbandono educativo, anziché una presa in carico di questi dinamismi per meglio comprenderli, assumerli e orientarli verso una rifioritura dell’umano. Le conseguenze pratiche non sono state di poco conto. Ciascuna persona di buon senso, invece, potrà condividere almeno il fatto che sentire rimorso e colpa per aver fatto del male a sé o ad altri, specialmente se più fragili e indifesi, sia sano e adeguato; come sano e adeguato il desiderio e l’impegno a riparare: se è così, allora educare al senso di colpa e all’assunzione di responsabilità del proprio agire, costituisce un obiettivo educativo da rimettere al centro dell’attenzione nel processo di crescita psicologico ed etico, prima ancora che religioso e spirituale. Papa Francesco, rilanciando una parola sparita da tempo, nella Dilexit Nos scrive: «…La compunzione del cuore credente, «non è un senso di colpa che ci butta a terra, non è uno scrupolo che paralizza, ma è un pungolo benefico che brucia dentro e guarisce, perché il cuore, quando vede il proprio male e si riconosce peccatore, si apre...». E Giovanni Paolo II, come Fra Cristoforo, non voleva suscitare il necessario rimorso perché si aprisse una breccia anche nel cuore dei mafiosi? Per molto meno ci scopriamo tutti un po’ più simili a don Abbondio.
Lello Ponticelli è sacerdote, psicologo-psicoterapeuta
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