Il “metodo-Messori”: la ragione credente oltre l’apologetica
Il grande giornalista cattolico rese lo stile del “Vivaio”, la sua seguitissima rubrica firmata dal 1987 al 1992 sulle pagine di Avvenire, marchio inconfondibile di un modo di affermare la ragionevolezza della fede che smentisce pregiudizi indimostrati
Messori, un “apologeta”? È quello che si dice ricordandolo dopo la morte nel giorno del Venerdì Santo. Il coincidere del calendario della Chiesa con la biografia di un suo figlio che della fedeltà al depositum fidei aveva fatto la ragione stessa del mestiere di scrivere già sembra la firma magistrale in calce a una vita da giornalista e intellettuale al servizio del cristianesimo. Parlare di apologetica nella società delle contrapposizioni insanabili oggi però suona come screditamento pregiudiziale dell’altro, mentre di Messori ricordiamo certo la fermezza nel sostenere le sue ragioni ma con lo stile di chi argomenta convinzioni proprie più che voler dimostrare i torti altrui. E in libri, articoli e conferenze gli errori del pensiero anti-cristiano – che pure non disdegnava di evidenziare – emergevano sempre, sì, ma come frutto di un ragionamento inesorabile. Affermava, con dovizia di fatti, documentazioni, smascheramenti di pregiudizi lungamente dati per indiscutibili. E attingendo a un serbatoio inesauribile dimostrava la forza della ragione quando fa pace con la fede.
Tutto questo fa di lui un “apologeta” o qualcosa di diverso e più ampio, ambizioso, positivo? La ragione del cristiano in cerca della verità dentro il mondo non scende in guerra contro nessuno: piuttosto, non si stanca mai di dimostrare che chi crede non perde nulla di ciò che rende la vita pienamente umana. Ecco perché il “metodo-Messori”, originalissimo e inconfondibile, sembra ancora attuale, proprio nel tempo delle appartenenze fragili e delle ragioni plurime vendute come “tutte equivalenti”. Semmai, riprendere oggi in mano i suoi libri – e quanti l’avranno fatto oggi – equivale a sentirsi chiedere: vogliamo “crederci” ancora così, con questa ragionevolezza persuasiva, anche a costo di sentirci dire che “non sta bene”?
Nel pensiero messoriano sembra decisiva infatti l’inesausta dimostrazione che la fede si radica nell’intelligenza e che da essa non può prescindere proprio per sapersi abbandonare, incentivandola piuttosto a spingersi oltre le rassicuranti mura cattoliche con la certezza che quel che si troverà “là fuori” sarà una nuova dimostrazione delle buone ragioni del cristianesimo, risposta vera e ultima alle attese umane in ogni pagina della storia. E dunque certamente anche oggi.
Di persona, Vittorio Messori era la traduzione di questo pensiero in un uomo dal carattere ruvido ma di affabilità colta e umoristica, appassionato e schietto, allergico alle ovvietà e ai luoghi comuni, peggio se ecclesiali. La fede – sembrava dire, in ogni conversazione, su qualsiasi tema – è una cosa troppo seria per restare fuori da qualunque aspetto del pensiero e della stessa quotidianità, o essere data per acquisita una volta per tutte. Il suo “Vivaio” apparso sulle pagine di Avvenire dal 1987 al 1992, intriso di questo incalzante spirito di “razionalità credente”, non è stato solo una serra di idee all’altezza del nostro tempo ma anche una fucina di vocazioni intellettuali destate dal suo impeto argomentativo. Lo ricordiamo nel santuario del Pilar a Saragozza, nel 1998, per spiegare Il miracolo, suo ennesimo libro-inchiesta sulle tracce di una fede che non ha bisogno di prodigi ma che proprio per questo, quando accadono, li sa riconoscere come il momento nel quale davanti a Dio occorre sapersi arrendere. Di quello studio tra documenti di quattro secoli fa a caccia di prove di un miracolo mariano – un mendicante al quale era ricresciuta una gamba amputata, nientemeno – parlava con l’entusiasmo trascinante di chi quel fatto pareva averlo visto con i suoi occhi, persino commosso. Un candore da bambino, pensammo. Perché la fede in Gesù Cristo risorto è stata indubbiamente il grande amore della sua vita.
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