Addio a Vittorio Messori, il giornalista che osò mettere sotto inchiesta Gesù

Aveva 84 anni, era malato da tempo. È stato tra gli autori che più hanno segnato la saggistica cattolica negli ultimi cinquant’anni
April 4, 2026
Addio a Vittorio Messori, il giornalista che osò mettere sotto inchiesta Gesù
«Siamo su una cattiva strada. Da questa avventura della vita nessuno di noi uscirà vivo. Alla nascita non c’è rimedio: sin dalla culla siamo dei condannati a morte in un Paese dove l’istituto della grazia è sconosciuto». L’incipit del secondo libro che Vittorio Messori pubblicò, Scommessa sulla morte (1982), non è famoso come quello del suo primo e massimo bestseller, Ipotesi su Gesù (1976) – «Di Gesù non si parla tra persone educate. Con il sesso, il denaro, la morte, Gesù è tra gli argomenti che mettono a disagio in una conversazione civile... » – ma viene in mente pensando al suo incontro personale con la morte, avvenuto il Venerdì Santo, un giorno che suona come un privilegio, un’ultima grazia ricevuta. In quell’attacco erano condensate molte caratteristiche di Messori: il gusto giornalistico per la provocazione; l’attitudine a sfidare il benpensante, laico o credente, influenzata dall’amatissimo Blaise Pascal; l’attenzione per le cose ultime e fondamentali, ossia la morte, la risurrezione, la vita eterna. Caratteristiche che, insieme a molte altre, fra cui una prosa magistrale e una cultura storica e religiosa di prim’ordine, hanno fatto di Messori il saggista cattolico più famoso e tradotto al mondo negli anni ’80 e ’90, e un “influencer” tra i più seguiti ed efficaci nel suo ambito.
Valga un esempio molto recente. In Francia è stato un caso editoriale il libro Dio. La scienza, le prove, scritto da Olivier Bonnassies e Michel-Yves Bolloré, uscito nel 2021 e pubblicato con successo anche in Italia due anni fa. Bonnassies, sulla scia di quell’exploit, ha fondato una rivista, 1000 raisons de croire, a sua volta perno di una realtà multimediale di apologetica che raccoglie alcune delle voci più interessanti del panorama francese e che lo scorso ottobre ha celebrato il suo primo festival a Nizza. Bonnassies ha sempre detto di ispirarsi all’opera di Vittorio Messori.
Messori nacque il 16 aprile del 1941 a Sassuolo, provincia di Modena e diocesi di Reggio Emilia, ma crebbe a Torino in un ambiente tutt’altro che religioso. La sua formazione fu segnata dal razionalismo, sia al liceo sia alla facoltà di scienze politiche. Dopo la laurea iniziò la carriera giornalistica a La Stampa. A metà degli anni Sessanta visse una conversione al cattolicesimo che descrisse come del tutto impensabile, quasi subita. In realtà, per lungo tempo preferì non parlarne molto, dicendo di non amare gli striptease spirituali. Lo fece nel dettaglio solo nel 2008, in un libro scritto con Andrea Tornelli, Perché credo. Una vita per rendere ragione della fede, che, a parere di chi scrive, resta uno dei suoi libri più suggestivi. Dal momento della conversione, la rivelazione cristiana non rimase comunque per lui un riferimento intimo, privato, ma divenne il centro di tutta la sua attività intellettuale e quindi pubblica.
Nel 1976 diede alle stampe, appunto, Ipotesi su Gesù, con la SEI di Torino. Uscì in un contesto culturale che non guardava certo con favore ai temi religiosi, ancor meno a quelli cattolici, eppure fu un grandissimo successo. Messori esaminava la figura di Gesù Cristo come un giornalista d’inchiesta: passava in rassegna le fonti, discuteva le obiezioni, valutava l’attendibilità dei Vangeli e arrivava alla conclusione che la figura di quell’enigmatico ebreo che aveva spezzato in due la storia era difficilmente riducibile a un mito o a un’invenzione. Anzi, la sua pretesa di essere Dio appariva profondamente ragionevole. L’autore non si presentava come un teologo o un predicatore, ma come un cronista che metteva alla prova le affermazioni della fede, cercando di mostrarne la coerenza storica e razionale. Fu una fortissima novità nella pubblicistica cattolica.
A metà degli anni ’80 la sua popolarità raggiunse un pubblico internazionale grazie a Rapporto sulla fede (1985), libro-intervista con il cardinale Joseph Ratzinger, il primo realizzato con un prefetto dell’ex Sant’Uffizio, che affrontava temi dottrinali e la crisi del cattolicesimo contemporaneo. Il libro incontrò un vasto consenso ma anche reazioni dure negli ambienti ecclesiali che sostenevano un’interpretazione del Concilio Vaticano II come evento di discontinuità o rottura nella storia della Chiesa.
Ancora più vasto fu il successo di Varcare la soglia della speranza (1994), nato dal dialogo con Giovanni Paolo II: anche qui, la prima volta che un Papa firmava un libro per il grande pubblico.
Messori scrisse moltissimo, attraversando ambiti diversi, sempre con il gusto di recuperare vicende dimenticate e di affrontarne altre controverse, dalla vita del beato Francesco Faà di Bruno, al miracolo di Calanda del 1641, al memoriale ritrovato di Edgardo Mortara, alla vera storia e identità dell’Opus Dei.
Accanto a queste monografie, produsse una mole di articoli nelle sue rubriche su Avvenire, negli anni ’90, il mensile Jesus e più tardi il mensile Il Timone. Da quel materiale nacquero volumi come Pensare la storia (1992), La sfida della fede (1993), Le cose della vita (1995) ed Emporio cattolico (2006), raccolte di riflessioni sulla storia alla luce della fede.
Con lavori come Patì sotto Ponzio Pilato? (1992) e Dicono che è risorto (2000), Messori si confrontò criticamente con una certa esegesi biblica tendente ad analizzare al microscopio i Vangeli fino a perderne il disegno complessivo e a svuotarli di senso. Il libro dedicato alla Passione gli valse la menzione, unico autore non biblista, nel secondo volume della trilogia dedicata a Gesù di Nazaret da Joseph Ratzinger-Benedetto XVI.
Un capitolo importante della sua produzione riguardò la Beata Vergine Maria, a partire dalle apparizioni di Lourdes, su cui meditò e lavorò per decenni. L’approdo finale di quelle riflessioni furono Ipotesi su Maria (2005), quasi il corrispettivo mariano di Ipotesi su Gesù, e Bernadette non ci ha ingannati (2012).
Messori scelse di vivere nella seconda parte della sua vita a Desenzano, sulla sponda bresciana del Lago di Garda, trovando nella vicina Abbazia di Maguzzano un punto di riferimento. E lì si celebrerà sabato 11 aprile alle 9.30 la Messa esequiale.
La sua salute era declinata progressivamente negli ultimi anni, soprattutto dopo la perdita dell’amata moglie Rosanna Brichetti nel 2022, figura fondamentale della sua vita. Fu lei che nel 2018, nel libro Una fede in due, raccontò il loro lungo percorso insieme, segnato dall’attesa — durata ben 22 anni — della dichiarazione di nullità del precedente matrimonio di Messori, vissuta nell’obbedienza alla Chiesa.
E a proposito della Chiesa, scriveva Messori sempre in Scommessa sulla morte: «C’è un altro antico dialogo, altrettanto dimenticato quando non irriso dai socio-teologi, e altrettanto straordinario per chi ha fame e sete di vita. “Perché Dio ci ha creati?”. “Ci ha creati – si risponde (si rispondeva) – per conoscerlo, amarlo, servirlo e poi godere con lui per sempre in Paradiso”. È il vecchio catechismo, oggi (come è giusto) rivisto, ampliato, riscritto dalla struttura a domanda-risposta in forma narrativa. Ma la sostanza è rimasta la stessa, sempre è annunciata quella speranza inaudita che squarcia definitivamente la storia: “e poi, godere con lui per sempre in Paradiso”. È fatto oggettivo che soltanto la Chiesa può presentare se stessa come la banca della speranza, della vita, della vita eterna. Certo, resta irrisolta la domanda se il suo sia un millantato credito o se nei suoi forzieri ci sia davvero quanto promesso. Ma è realtà concreta che, in un mondo sempre più devastato dalla carestia di speranza, quegli sportelli sono i soli che si permettano simili promesse. Tra tanti, troppi professori che vogliono insegnarci come si vive, solo la Chiesa, additando il Cristo, promette di insegnarci come si muore; anzi, come non si muore. Solo lei annuncia che l’uomo non è un segmento di linea, presto e brutalmente interrotto; ma una retta che parte da un punto e si prolunga all’infinito».

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