Africa senza petrolio: la crisi energetica colpisce i più fragili

La guerra in Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz al traffico commerciale: dal Sudafrica alla Nigeria, il continente è alle prese con il caro carburante, i raccolti a rischio e un'inflazione che i più poveri non possono permettersi
April 3, 2026
Africa senza petrolio: la crisi energetica colpisce i più fragili
Kehinde Yinka, piccolo imprenditore nigeriano di una ditta di surgelati, costretto a sospendere la sua attività a causa dell'aumento dei costi energetici/ REUTERS
Derek Mathews guarda la pompa arrugginita riempire il serbatoio del suo trattore e fa i conti. Nella sua fattoria di 1.700 ettari nella Provincia nord-occidentale sudafricana, il diesel è diventato un'ossessione. A febbraio ne aveva acquistato 20.000 litri a 18 rand al litro (circa 1,06 dollari). Alla fine di marzo, ne restava circa un terzo: "Il problema non è solo il prezzo, terribilmente alto in questo momento - spiega -. Il problema è: riuscirò ad averne ancora?". Mathews ha 64 anni, coltiva girasoli, mais, fagioli e arachidi, e si prepara alla stagione del raccolto con meno carburante di quello che gli serve e prezzi che nel giro di poche settimane sono saliti a 26 rand al litro (circa 1,53 dollari). La sua storia non è un caso isolato. È la fotografia di un’Africa popolata di piccoli agricoltori che sfamano intere comunità locali, sorpresa da una crisi energetica che ha radici lontane: gli attacchi americani e israeliani all'Iran hanno chiuso il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz, la via d'acqua attraverso cui transita circa un quinto delle forniture energetiche mondiali. Il prezzo del greggio ha superato i 100 dollari al barile, un rialzo di circa il 50% rispetto ai livelli precedenti il conflitto.
Per l'Africa, che importa la quasi totalità dei suoi prodotti petroliferi raffinati, l'impatto è stato immediato. I governi del continente si sono trovati a dover scegliere tra lasciare che i prezzi salissero liberamente, scaricando il peso sulle famiglie più vulnerabili, oppure intervenire con sussidi e tagli alle accise, misure che però hanno un costo per bilanci già fragili e indebitati. Il Sudafrica ha optato per la seconda strada, almeno temporaneamente: il governo ha ridotto il prelievo fiscale sui carburanti di 3 rand per il mese di aprile: anche così, il prezzo del diesel all'ingrosso è salito. In Ghana, l'autorità nazionale del petrolio ha alzato i prezzi minimi obbligatori per il periodo 1-15 aprile: la benzina è cresciuta di circa il 15%, il diesel del 19%. In Malawi, l’autorità dell’energia ha imposto incrementi più pesanti: benzina su del 34%, diesel del 35%. Il Paese è tra i più vulnerabili del continente: privo di sbocco al mare, dipende interamente dalle importazioni via terra attraverso Mozambico e Tanzania, con costi logistici già elevati in condizioni normali.
In Ghana la benzina è cresciuta di circa il 15%, il diesel del 19%
Reuters
La Tanzania ha imposto un nuovo tetto di 3.820 scellini al litro (circa 1,49 dollari) per la benzina, un aumento del 33% rispetto a marzo, il Gambia ha alzato i prezzi del 18,79% per la benzina e del 12,20% per il diesel. La Mauritania ha scelto di aumentare il salario minimo, trasferendo liquidità alle famiglie a basso reddito: il ministro degli Affari economici Abdallah Ould Souleymane ha paragonato la situazione alla crisi petrolifera del 1973.
Il paradosso più stridente riguarda però la Nigeria, primo produttore di petrolio del continente, dove i prezzi della benzina sono aumentati del 65%: il rialzo più alto tra le grandi economie africane. Come è possibile? La risposta svela i controversi meccanismi del capitalismo delle risorse naturali. La raffineria Dangote, da 650mila barili al giorno e la più grande d'Africa, è entrata a pieno regime all'inizio di quest'anno con l'ambizione di trasformare la Nigeria in un esportatore netto di prodotti raffinati. Ma è costretta a importare la maggior parte del greggio che lavora, perché il petrolio estratto in Nigeria è in larga parte già impegnato: prestiti garantiti dal greggio, accordi di pre-esportazione con banche internazionali, joint venture con le major petrolifere globali. Gli analisti stimano che circa 400.000 barili al giorno, su una produzione nigeriana totale di circa 1,5 milioni, servano a ripagare debiti. Secondo David Bird, amministratore delegato della Dangote, la raffineria riesce a ottenere localmente circa cinque carichi di greggio al mese, a fronte dei 13-15 necessari. Il resto deve acquistarlo sul mercato internazionale, ai prezzi gonfiati dalla guerra.
A complicare tutto c'è l'assenza totale di riserve strategiche. Il governo non ne ha mai costituite e non ha ancora avviato passi concreti in quella direzione. "Una riserva strategica avrebbe protetto la Nigeria in parte dagli effetti inflazionistici dei picchi di prezzo", osserva Mikolaj Judson di Control Risks. A Lagos, il costo del carburante alla pompa ha raggiunto circa 1.400 naira al litro (poco più di un dollaro), il livello più alto mai registrato. I prezzi del pesce e del pollo sono raddoppiati.
La crisi non si limita ai carburanti. L'impennata dei costi dell'energia si è trasmessa immediatamente ai fertilizzanti, anch'essi dipendenti dal gas naturale per la produzione, e ai trasporti, con effetti a cascata su tutta la filiera alimentare. Per gli agricoltori sudafricani come Mathews, i margini di profitto già ridotti non reggono prezzi del diesel così alti. "Se i prezzi del carburante restano a questi livelli, non ha nessun senso finanziario coltivare mais", osserva. Il mais è l'alimento base per milioni di sudafricani. Secondo un'indagine condotta a marzo da AgriSA, la principale organizzazione che rappresenta il settore agricolo sudafricano, quasi la metà degli agricoltori intervistati aveva difficoltà a reperire diesel.
Le Mauritius hanno quasi esaurito lo stock di carburante dopo che una nave attesa per il 21 marzo non è arrivata. L'Uganda ha scorte di diesel ancora per tre settimane, mentre a Juba, capitale del Sud Sudan, è già scattato il razionamento dell'elettricità. Aliko Dangote, imprenditore e uomo più ricco d'Africa, dice di sperare che la situazione non degeneri ulteriormente, avvertendo che un'interruzione prolungata potrebbe costringere a misure simili ai lockdown del Covid. "Prego, e tutti devono pregare, che questa cosa non degeneri ulteriormente". Per milioni di africani che non hanno risparmi, non hanno generatori e non possono permettersi rincari sui generi di prima necessità, la speranza è tutto quello che resta.

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