Degrado e dispersione scolastica: le periferie chiedono attenzione

La ricerca di Save the Children fotografa una realtà difficile: sono 142 mila i minori che vivono nelle zone marginali delle metropoli italiane, tra mancanza di servizi e povertà educativa. «Basta con i pregiudizi, nei quartieri ci sono tante risorse»
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May 19, 2026
Degrado e dispersione scolastica: le periferie chiedono attenzione
Un giovane nel suo quartiere di periferia / Masiello per Save the Children
«Dal TG regionale non è venuto mai nessuno qua al centro di aggregazione, a bussare per chiedere “Possiamo fare un servizio sulla realtà, su quello che fate?”. Però ci sono mille servizi sui blitz fatti qui che, però, non si fanno solo qui». Benvenuti nelle periferie italiane, satelliti metropolitani vittime di uno strano fenomeno: si sbircia dentro il loro lato oscuro, senza guardare quasi mai quello più luminoso. Degrado e criminalità si ritagliano spesso l’onore delle cronache, mentre restano tra parentesi le tante iniziative avviate dai giovani per ricucire i fili della comunità e sentirsi un po’ meno slegati dal centro.
La frase sulla miopia dei notiziari, pronunciata da un’educatrice, sbuca dal corposo rapporto “I luoghi che contano”, pubblicato da Save the children (giovedì a Roma ci sarà la presentazione ufficiale in un convegno con esperti e politici): non solo statistiche, utili per pesare un disagio diffuso, ma anche testimonianze che scavano nell’umanità dei quartieri marginali d’Italia, dove manca persino un campo di calcio (per tacer della biblioteca) e i mezzi pubblici faticano ad arrivare. Isole urbane in cui gli under 18 vivono come moderni Robinson, in perenne attesa di una scialuppa di salvataggio che li porti a pescare sogni altrove. Peccato che spesso non transiti nemmeno l’autobus, e che per andare a divertirsi si debba sempre dipendere da genitori o amici.
Viste da lontano, le periferie d’Italia sembrano brutte, sporche e cattive, ma se poi ti avvicini capisci che sotto la patina grigia c’è una realtà che meriterebbe di essere lucidata. «Al primo impatto il quartiere viene descritto come negativo, però poi abitandoci è tutt’altra cosa», dice un 14enne intervistato da un coetaneo, secondo un metodo che ha voluto rendere protagonisti i ragazzi stessi. Non una ricerca calata dall’alto, quella di Save the Children, ma realizzata sul posto da chi lo abita, attraverso video-dialoghi, diari e collage. «La periferia è fatta di persone, non di palazzi…» rivendica un adolescente, puntando il dito contro quei casermoni costruiti ovunque negli anni ’70, cupi dormitori dove passare la giornata diventa un esercizio di resistenza alla noia. «Vado altrove perché devo, non perché voglio» si sfoga una ragazza. Non ci sono del resto molte alternative, come spiegano i dati raccolti da Save the children. Chi abita in periferia deve rincorrere fin da bambino. Nei comuni capoluogo delle 14 città metropolitane italiane un minore su dieci (il 10,3%, in tutto 142mila) vive in un’area di “disagio socioeconomico urbano”. In queste zone - 158 quelle individuate dall’Istat - il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa. Difficoltà riflesse in una povertà educativa diffusa: il 15,4% degli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado ha abbandonato la scuola o ripetuto l’anno, una percentuale doppia rispetto alla media metropolitana. In più, il 20,8% di chi frequenta l’ultimo anno delle medie è a rischio dispersione (10 punti percentuali in più della media dell’11%). Infine, più di un under 30 su 3 (35,6%) non studia e non lavora, rispetto alla media del 22,9%.
Che fare per scongiurare la nascita di nuovi ghetti urbani? Ascoltare i giovani che vivono in questi luoghi sarebbe un buon inizio. «Le loro richieste sono molto semplici, ma rivoluzionarie: pulizia e decoro, posti dove trovarsi, servizi di trasporto, spazi per fare sport, musica e cultura, illuminazione pubblica e sicurezza – spiega Raffaella Milano, direttrice ricerche di Save the Children -. Chiedono a gran voce soprattutto una cosa: maggior rispetto per il luogo in cui vivono. Perché crescere in un quartiere periferico significa essere etichettati da pregiudizi difficili da scardinare e molti avvertono il peso dello stigma. È urgente non solo potenziare le reti dei servizi, ma anche valorizzare i quartieri riconoscendo la loro identità e le loro risorse civiche».

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