Studio italiano: così portiamo all'autodistruzione il tumore del colon

I ricercatori dell'Istituto oncologico di Candiolo (Torino) hanno scoperto il punto debole per eliminare la resistenza ai farmaci nella malattia
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May 19, 2026
Studio italiano: così portiamo all'autodistruzione il tumore del colon
L'Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico di Candiolo (Torino) è un'eccellenza della ricerca oncologica
Arriva dall’Italia, dall’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) di Candiolo (Torino) una nuova, fondata speranza, per i pazienti con il tumore del colon-retto. L’istituto piemontese, centro di riferimento internazionale per la ricerca oncologica, ha dimostrato come colpire una proteina chiamata Wee1 permetta di “togliere il freno” alle cellule tumorali resistenti, costringendole all’autodistruzione. La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista Embo Molecular Medicine, apre la strada a sperimentazioni cliniche e terapie per i malati metastatici che hanno esaurito le opzioni di cura.
Tra i vari tipi di tumore, quello del colon-retto è tra i più diffusi e potenzialmente letali. In Italia rappresenta la terza neoplasia negli uomini e la seconda nelle donne. Nel 2024 si sono registrate 48.706 nuove diagnosi. È la seconda causa di morte per tumore a livello globale. Lo studio è indirizzato ai pazienti che sviluppano la cosiddetta “resistenza acquisita” alle terapie mirate anti-Egfr. «Da circa vent’anni i farmaci anti-Egfr rappresentano una colonna portante nel trattamento di questo tumore, contribuendo a prolungare la sopravvivenza dei pazienti – spiega la coordinatrice del lavoro, Sabrina Arena, docente del dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino e responsabile del laboratorio di Translational Cancer Genetics di Candiolo –. Ma il tumore è “intelligente”: sotto la pressione dei farmaci, impara a evolversi e a scappare, diventando resistente. Abbiamo però scoperto che le cellule tumorali resistenti, pur sembrando più forti, nascondono una fragilità: sono cariche di danni al Dna e soffrono di un elevato stress replicativo. Per sopravvivere – sottolinea Arena –, il tumore si affida alla proteina Wee1, che funge da freno di sicurezza. Wee1 ferma momentaneamente il ciclo cellulare, permettendo alla cellula malata di riparare il proprio Dna e continuare a dividersi». La strategia dei ricercatori consiste nel bloccare il freno. «Inibendo Wee1, la cellula tumorale è costretta a correre e dividersi senza controllo, portando con sé tutti i suoi errori genetici e metabolici fino a “schiantarsi” e andare incontro a morte cellulare», evidenzia Arena.
Lo studio - di cui Kristi Buzo, ricercatore a Candiolo è primo autore - è sostenuto dalla Fondazione piemontese per la ricerca sul cancro e dalla Fondazione Airc, e si è avvalso di una piattaforma d’avanguardia basata su diversi modelli di laboratorio, tra cui cellule, xenotrapianti e organoidi (mini-tumori coltivati in vitro derivati dai pazienti) che replicano fedelmente la resistenza umana. È così che i ricercatori hanno identificato nella proteina H2ax un indicatore utile per capire quali tumori sono più sensibili al trattamento. In questa strategia, aggiunge la professoressa Arena, «la chemioterapia agisce come un “carburante tossico” che esaspera i danni, mentre il blocco di Wee1 impedisce ogni riparazione». L’Irccs torinese guarda ora alla sperimentazione clinica per «trasformare questa scoperta in una nuova realtà terapeutica».
Questa ricerca, commenta Anna Sapino, direttore scientifico di Candiolo, «conferma il ruolo dell’Istituto come eccellenza internazionale. La nostra forza risiede nella capacità di far dialogare costantemente il laboratorio e la clinica: i risultati ottenuti dalla professoressa Arena dimostrano come la ricerca di base si trasformi in risposte concrete per i pazienti».

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