L'Italia non ha una strategia per contrastare il fantasma dell'estremismo
di Diego Motta
I fatti di Modena hanno riaperto il dibattito sulla "violenza ibrida", che trova le sue radici nella deriva nichilista. L'analista Marone (Ispi): servono interventi preventivi sui soggetti a rischio, come si fa negli altri Paesi europei. Il sociologo Prina: recuperare la dimensione educativa, fragilità e isolamento possono essere un mix esplosivo

La fascinazione per la violenza non ha colore. Cova per anni, spesso nell’isolamento del singolo o nella clandestinità di gruppi eversivi. Poi a un certo punto esplode. Il punto è come intercettarla e prevenirla. Per questo le etichette contano fino a un certo punto. Per Salim El Koudri, la Procura di Modena non ha chiesto l'aggravante di terrorismo né quella di premeditazione. «Spesso la molla del gesto è personale e in genere si trova poi una giustificazione ex post – spiega Francesco Marone, professore associato di Scienza politica all’Università di Aosta e ricercatore dell’Ispi nel programma sicurezza e difesa -. Di sicuro il modus operandi di sabato scorso ricorda atti criminali dell’epoca jihadista: a Nizza nel 2016 un giovane terrorista uccise 86 persone sulla Promenade des Anglais, travolgendole con il suo pesante autocarro, a Londra nel 2017 tre persone, investirono i passanti sul London Bridge, scesero e proseguirono accoltellando diverse persone. Anche nella città emiliana, l’auto è stata usata come un’arma da scagliare contro la folla, andando a cercare in centro un luogo di massima visibilità e di massima concentrazione di gente inerme, un sabato pomeriggio».
È per questo che l’intelligence e i servizi segreti, oltreché le forze dell’ordine, in queste ore hanno accelerato lo studio dei fenomeni carsici di violenza. «L’estremismo ibrido unisce le motivazioni più disparate, dall’islamismo all’estrema destra, dal suprematismo bianco all’anarchia – argomenta Marone -. L’idea di base è che tutta la società contemporanea sia corrotta e vada distrutta, in una deriva nichilista dove non esiste più l’obiettivo di ricostruire il Califfato o il Terzo Reich, ma soltanto la violenza in sé. L’obiettivo è distruggere tutto ciò che si trova davanti».
Non è un caso che oggi si parli di temuti attori solitari, usciti dai radar perché considerati non a rischio. Qui si innesta il problema della presa in cario delle persone con disagio mentale. Per Franco Prina, sociologo della devianza all’Università di Torino, «le persone con fragilità e problemi di tipo psicologico o psichiatrico, a cui si associ uno stato di emarginazione ed esclusione sociale, costituiscono una sorta di mix esplosivo. Vulnerabilità personale e frustrazione per il proprio posto nel mondo possono essere all’origine di comportamenti aggressivi. Per questo dobbiamo chiederci: funziona o no la presa in carico di questi soggetti? Se la scelta è quella di investire meno in politiche sociali e di più in misure penali, il cortocircuito diventa inevitabile».
Il problema è dunque «recuperare la dimensione educativa e normativa», dice Prina, ben sapendo che in questa fase storica ragazzi e giovani adulti rappresentano una fascia d’età particolarmente sensibile ed è necessario coinvolgere la famiglia e la scuola nella cura del disagio. «Devono esserci strumenti per individuare prima le possibili emergenze ed intervenire, chiamando in causa la sfera sociale come avviene già in tanti Stati europei – conviene Marone -: mettere intorno allo stesso tavolo Comuni e altri enti locali, realtà del Terzo settore e scuole, associazioni e sistema dei media consente al decisore politico di progettare insieme interventi sui soggetti a rischio».
Non a caso le drammatiche storie di isolamento nichilista spesso emergono quando si va a vedere cosa succede nei quartieri a rischio delle grandi città e affiorano criticità sociali. «Negli altri Paesi c’è un piano unico, con finanziamenti dedicati per tutto questo. L’Italia invece è uno dei pochissimi Stati che non ha ancora una strategia nazionale di prevenzione della radicalizzazione. È un tema che non è considerato urgente, tanto che proposte e disegni di legge in materia vengono sistematicamente archiviate da tre legislature a questa parte, ormai». Resiste, è vero, un approccio integrato, con singoli progetti sul carcere ad esempio, o a livello territoriale, come già accade proprio in Emilia Romagna. Ma in questo momento, e dopo i segnali di un intensificarsi dell’eversione su più livelli, una riflessione forse andrebbe fatta.
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