Medio Oriente, specchio delle contraddizioni del mondo

Le crisi nell’area mettono alla prova la governance globale, tra equilibri precari e difficoltà nel tradurre i principi di cooperazione e responsabilità condivise in azioni efficaci
April 5, 2026
Medio Oriente, specchio delle contraddizioni  del mondo
/Foto Siciliani
Dal Medio Oriente riaffiorano, ancora una volta, tutte le fratture dell’ordine internazionale: principi sbandierati e sistematicamente disattesi, promesse che si infrangono contro la realtà dei fatti. In un mosaico di crisi che si sovrappongono e si alimentano a vicenda, tra i fronti iraniano e libanese, si inserisce l’incognita Israele. Si tratta di una singolarità geopolitica capace di ridefinire equilibri già precari e di mettere ulteriormente alla prova un sistema in cui le grandi potenze restano incapaci di tradurre le dichiarazioni in una strategia condivisa. Ma andiamo per ordine. L’Unione Europea (Ue) continua a richiamare la necessità di una soluzione diplomatica, sottolineando l’urgenza di prevenire un’escalation dagli effetti potenzialmente sistemici. Questa posizione è, in linea di principio, coerente con la tradizione multilaterale europea, fondata su dialogo e mediazione. Tuttavia, in assenza di strumenti di pressione credibili e di un reale allineamento con gli altri attori globali — e l’ascesa dei governi sovranisti certo non aiuta — tale approccio rischia di rivelarsi insufficiente. Il precedente della crisi russo-ucraina, iniziata nel 2014 e degenerata nel 2022, ne è un esempio eloquente: un’Europa spesso incapace di incidere sugli equilibri reali. Di converso, il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu mantiene alta la tensione nell’area e restringe gli spazi per una soluzione negoziale. La limitata attenzione europea alle accuse rivolte al premier presso la Corte Penale Internazionale solleva interrogativi sulla coerenza nell’applicazione del diritto internazionale. L’impressione di una giustizia a geometria variabile — ci sia concessa la licenza — rischia di erodere la legittimità delle istituzioni globali.
In questo contesto emerge con forza la crisi delle Nazioni Unite, aggravata dall’assenza di riforme attese da anni dalla società civile globale. L’ONU, principale istituzione rappresentativa della comunità internazionale, fatica a diventare più efficace e inclusiva; ne risente la fiducia nel multilateralismo, mentre la governance globale arranca di fronte alle sfide più urgenti. Il ruolo degli Stati Uniti resta imprevedibile. Washington appare oggi aperta al negoziato, ma l’ultima parola non è mai detta. Il sostegno a Israele, pilastro della politica estera americana, si inserisce infatti in una logica di alleanze difficilmente separabile da considerazioni strategiche di lungo periodo. Alcune posizioni espresse in passato da Donald Trump — come l’ipotesi di un rapido rovesciamento del regime iraniano — hanno mostrato quanto sia rischioso sottovalutare la complessità degli equilibri regionali. Decisioni drastiche, come un’eventuale chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran, evidenzierebbero le conseguenze sistemiche di scelte non pienamente ponderate.
Non è un caso che proprio lo Stretto di Hormuz rappresenti uno snodo cruciale per il commercio energetico globale: la sua destabilizzazione spingerebbe al rialzo i prezzi dell’energia, aggravando tensioni economiche già diffuse. Se a ciò si aggiunge la pretesa di coinvolgere partner occidentali nella sua difesa senza un’adeguata condivisione delle informazioni, il quadro assume contorni a dir poco surreali. Nel complesso, i principali attori internazionali, pur richiamandosi formalmente ai principi di pace e stabilità, finiscono talvolta per muoversi in direzione opposta. Le incongruenze tra dichiarazioni e comportamenti, insieme a un’applicazione selettiva delle norme, logorano la credibilità dell’ordine multilaterale. La crisi mediorientale non è soltanto una questione regionale, ma un indicatore delle difficoltà strutturali della governance globale contemporanea. Come osservava il sociologo tedesco Ulrich Beck, la globalizzazione «non è un sistema con un centro di comando, ma un insieme di interdipendenze che richiede cooperazione e responsabilità condivise». Se questo principio non viene tradotto in pratica, non siamo soltanto di fronte all’implosione di un sistema regionale, ma all’erosione delle fondamenta stesse dell’ordine internazionale basato su cooperazione e diritto. Il processo è già in atto; tuttavia, le conseguenze della crisi — ormai evidenti — potrebbero spingere l’Europa verso una più decisa assunzione di responsabilità, anche se poi il vero “potere” resta altrove. 

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