In moto per salvare vite in Africa: la sfida di medici e “centauri”
Marco Visonà è fondatore con l’amico Michele Orlando di “In Moto con l’Africa”, un gruppo di appassionati motociclisti nato nel 2019 con la Ong “Medici con l’Africa Cuamm”

«Dove neanche le strade esistono più, solo la moto ti salva la vita. È l’unico mezzo che possa percorrere “l’ultimo miglio”, la distanza che separa il villaggio dal centro sanitario più vicino. In pratica fa la differenza tra vivere e morire». Marco Visonà, fondatore con l’amico Michele Orlando di “In Moto con l’Africa”, gruppo di appassionati motociclisti nato nel 2019 in seno alla ong “Medici con l’Africa Cuamm”, mostra con orgoglio le immagini di decine di moto-ambulanze che percorrono sterrati polverosi sulla terra rossa. In sella, aggrappata al conducente africano, una donna incinta che va a partorire, o che torna a casa con il bambino appena nato in braccio. Qui il codice della strada non esiste, è già tanto se si sopravvive alla povertà e a sistemi sanitari praticamente inesistenti… «L’alternativa per loro è partorire da sole in capanna oppure andare a piedi», spiega Visonà, «se le trasporti dove esiste un’ostetrica, la mortalità materna e infantile scende già del 30%». Le stesse moto poi portano medicinali, vaccini, materiale sanitario urgente, «arrivano il più lontano possibile dal mondo conosciuto, e il più vicino all’anima di quanto si possa credere», assicura Visonà, nella vita imprenditore veneto.

Ma per realizzare tutto questo occorreva sensibilizzare i donatori. Così dal 2020 il team di “centauri” ha gareggiato sulle piste più importanti e organizzato raduni in tutta Italia, raccogliendo i fondi con cui sono state già acquistate venticinque moto-ambulanze per i Paesi dell’Africa Sub-sahariana, 3.100 pieni di benzina e oltre 12.500 voucher, ticket prepagati che le mamme dei villaggi consegnano ai moto-taxisti africani (www.inmotoconlafrica.org). «Come dice il nome del nostro moto club, fondamentale è lavorare con l’Africa, in quel mondo lontano anni luce dal nostro bisogna ragionare all’africana, non da europei: nel mio primo viaggio esplorativo in Sierra Leone mi sono reso conto che su quei terreni le costose e potenti moto italiane sarebbero state inutilizzabili, meglio acquistarle in Africa di fabbricazione indiana, a 800 euro l’una. Arrivano ovunque e, se si rompono, lì si trovano i pezzi di ricambio».

L’acquisto più recente di “In moto con l’Africa”, il “centauro” che meno ti aspetteresti, è don Damiano Vianello, 42 anni, parroco a Taglio di Po, provincia di Rovigo, diocesi di Chioggia: «Ero da sempre innamorato delle due ruote e anche di Africa – sorride accanto alla sua moto –, un anno fa aderii alla raccolta e inviai i fondi al Cuamm, da lì Marco mi contattò e mi invitò ad entrare in questa squadra di amici un po’ folli che corrono per aiutare il prossimo e il cui slogan è “Far del bene divertendosi”. L’esperienza è singolare, ma racconta un modo efficace in cui si può attuare la parola di Dio e approcciare le paradossali situazioni di sofferenza nel mondo. Il mio apporto di sacerdote? Non una spolverata di cristianità, ma l’aiuto a condividere una sana passione con gli occhi della fede». A 24 anni don Damiano era già sacerdote, «l’età minima è 25, ma ebbi una dispensa dal vescovo», racconta. La sua Africa precedente erano state due missioni in Burundi con le Serve di Maria Addolorata di Chioggia per ricostruire l’umanità e le strutture dopo il genocidio del Rwanda, «in mano il Vangelo ma anche il cemento e la cazzuola». Oggi però scende in pista nel vero senso del termine, in tuta, stivali e casco, capofila dei quattro piloti che gareggeranno per il Team Imcla (acronimo di “In moto con l’Africa”) nel Campionato Italiano Velocità Classic.

Ad allenare lui e il resto della squadra è Cristiano Franco, 52 anni, più volte campione in Italia e in Europa, folgorato dal progetto umanitario: «Da anni vincevo campionati ma non mi bastava, mi rimaneva sempre il bisogno di fare dello sport un modo per aiutare gli altri – racconta il pilota romano –. Un giorno mi allenavo in pista a Perugia e vidi questo gruppo di motociclisti che non erano alle prime armi… erano proprio sbandati. Decisi di mettermi totalmente a loro disposizione per addestrarli e allargare il progetto a chiunque possieda una moto: Team Imcla Riding Experience è oggi una scuola di pilotaggio rivolta a chi voglia unirsi a noi e provare l’emozione di una vera gara nel Campionato Velocità Classic. In cambio io ho trovato una famiglia e prima o poi, chissà, andrò in Africa con loro». «Se uno vuole solo gareggiare non siamo il gruppo giusto», specifica Giovanni Rigolli, cresciuto con l’Africa nel cuore, figlio di Alberto Rigolli, medico Cuamm, «unirsi alla nostra famiglia significa innanzitutto voler sanare le enormi disparità in questo mondo troppo ingiusto».

Il primo pilota ad aderire è stato proprio don Damiano, “il centauro del Signore” come lo chiamano dalle sue parti, dove ogni primavera una folla di motociclisti converge nella chiesetta del Polesenin, sul delta del Po, per ricevere la suggestiva motobenedizione e il Rosario da legare allo specchietto. «Dietro ogni motociclista c’è una storia – commenta don Damiano –, tutti abbiamo pianto sotto quel casco, con la moto si parla… Tra chi viene alla benedizione c’è chi cerca Dio, chi cerca una risposta, chi non cerca nulla perché è solo arrabbiato…». Quando ha deciso di fare il salto e scendere in pista per il Team Imcla, è stata dura tranquillizzare i genitori: «Mi hanno detto di stare attento, che non ho quattro generazioni di piloti alle spalle – ride –, ho risposto che non avevo nemmeno quattro generazioni di preti, alle spalle, eppure da 18 anni sono un prete felice».

Tutto appare un po’ folle, invece funziona. Il primo anno sono stati raccolti 25mila euro, dal 2020 ad oggi 250mila, già investiti in Sierra Leone, Sud Sudan ed Uganda. «Ogni vita salvata non è solo un decimale detratto dalle statistiche, ma una storia, una faccia, un abbraccio», si commuove Visonà. Nel 2020, tornato dalla Sierra Leone dove aveva visto morire una donna per emorragia all’ospedale di Freetown per mancanza di tutto, di sangue, di un defibrillatore, di adrenalina, al punto che i medici italiani non avevano potuto fare altro che mettersi in cerchio intorno a lei e pregare, fu ricoverato all’ospedale di Padova per un’infezione contratta nel viaggio… «Rispetto a quanto avevo visto in Africa, mi pareva il paradiso. Continuavo a fare i complimenti a tutti i medici, che mi prendevano se non per pazzo quantomeno per singolare. Loro non capivano, io sì. In Africa sono diventato un visionario? No, ho realizzato quanto sia necessario che ognuno di noi faccia la propria parte. Piccola o grande che sia. Così il mondo lo si cambia davvero».
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