C’è una legge su cui Meloni e Schlein sono d’accordo: Roma Capitale
Il disegno di legge costituzionale promosso dal governo (col favore del Pd) per conferire a Roma poteri da “quasi-Regione” slitta a dopo il referendum. Ma c’è l’incognita di chi (nella maggioranza) vuole diluire la riforma

La legge costituzionale che dovrebbe finalmente dare a Roma uno statuto adeguato alla sua funzione nazionale e internazionale va avanti con fatica. Dopo l’accordo raggiunto alla Camera in commissione Affari costituzionali, la scorsa settimana, sembrava fosse possibile rispettare la data calendarizzata per l’approdo in Aula, vale a dire lunedì 9 marzo. Invece si andrà a finire con tutta probabilità a dopo il referendum. Nessuno vuole esporsi a ridosso di una consultazione popolare dall’esito incerto. Neanche FdI e Pd che sono i principali sponsor dell’operazione che dovrebbe trasformare Roma Capitale in una quasi-regione dotata di poteri legislativi.
E pensare che nella passata legislatura si era praticamente arrivati al traguardo, ma l’interruzione anticipata aveva bloccato l’iter. Il percorso delle norme sul ruolo di Roma, comunque, è stato faticoso e controverso fin dalle origini. Basti pensare che i costituenti non vollero esplicitare nella Carta che Roma fosse la capitale d’Italia. Pesavano ovviamente i precedenti della retorica fascista, così che si dovette aspettare la revisione del Titolo V nel 2001 per una prima, incompleta codificazione. Nell’attuale legislatura sono state presentate varie proposte ed è entrato in campo anche il governo con il disegno di legge costituzionale depositato il 5 agosto. Cuore del provvedimento, che modifica l’articolo 114 della Costituzione, è la potestà legislativa attribuita in undici materie: trasporto pubblico locale, polizia amministrativa locale, governo del territorio, commercio, valorizzazione dei beni culturali e ambientali, promozione e organizzazione di attività culturali, turismo, artigianato, servizi e politiche sociali, edilizia residenziale pubblica, organizzazione amministrativa della stessa Roma Capitale.
In commissione l’intoppo si è creato intorno all’emendamento governativo che consentiva di rafforzare i poteri anche dei Comuni capoluogo delle Città metropolitane. Una modifica evidentemente molto gradita alla Lega, ma che rischiava di cancellare o quanto meno di diluire l’unicità di Roma che a ben vedere è la stessa ratio della riforma. Per sbloccare la situazione c’è voluto un vertice a Palazzo Chigi con la partecipazione della stessa premier che a questa operazione tiene moltissimo: quando la scorsa estate il Consiglio dei ministri ha licenziato il ddl di revisione costituzionale, Giorgia Meloni ha diffuso un video in cui in prima persona spiegava le ragioni della riforma. La quadra si è trovata circoscrivendo il rafforzamento dei poteri delle altre grandi città a funzioni di tipo amministrativo e lasciando quindi alla Capitale la potestà legislativa. L’attuale sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, si sarebbe detto soddisfatto della soluzione adottata e l’iter si è rimesso in moto, pur con il rinvio legato all’appuntamento referendario. Resta da capire se l’accordo reggerà alla ripresa del dibattito. Se si vuole evitare il referendum confermativo, con le incognite connesse, è necessario che il testo sia approvato con la maggioranza parlamentare dei due terzi. E poi c’è un interrogativo di fondo a cui dare risposta: il caso di Roma è unico e rappresenta un interesse nazionale, ma che senso ha dare superpoteri a città che nei rispettivi territori già godono di una posizione di fatto privilegiata, mortificando altri centri importanti?
© RIPRODUZIONE RISERVATA



