Fisco, un pm chiede il processo per Amazon: «Non ha adeguato l’algoritmo»
Richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Milano per la società e per quattro suoi manager. Per l’accusa il colosso della logistica ha evaso 1,2 miliardi in tre anni. La replica: «Siamo tra i primi contribuenti in Italia»

La Procura di Milano ha chiesto il processo per Amazon Eu sarl. e per quattro manager del gruppo. La richiesta di rinvio a giudizio è stata trasmessa alla gup Tiziana Landoni che dovrà fissare l'udienza preliminare. Secondo le indagini del pm Elio Ramondini condotte dalla Guardia di finanza di Monza la società avrebbe, in qualità di debitore d'imposta, omesso o trasmesso all'Agenzia delle Entrate in modo incompleto i dati dei fornitori di merci di beni venduti a distanza tramite marketplace di Amazon. Di un miliardo e 200 milioni la presunta evasione dell’Iva contestata tra il 20129 e il 2021.
Si tratta della terza indagine della procura di Milano che interessa Amazon, e che è il seguito di quella in cui era stato contestato il contrabbando di merci cinesi vendute sempre senza pagare l’Iva. La prima indagine in ordine cronologico è stata invece quella sulla divisione logistica (Amazon Italia Transport) che riguardava i presunti serbatoi di reclutamento di manodopera per evitare il pagamento dell’Iva e ridurre i contributi. Di 121 milioni il sequestro disposto dal tribunale. La società si accordò per pagare al fisco 180 milioni di euro, a cui vanno aggiunti altri 527 milioni da versare in base all’accordo tra Amazon Eu e l’agenzia delle Entrate dello scorso dicembre. Un impegno che evidentemente non è bastato a chiudere la vicenda.
Sotto accusa in particolare nella richiesta di rinvio a giudizio è l’algoritmo di Amazon che regola la logistica e la vendita a distanza senza tener conto di obblighi fiscali e contributivi. «La logistica di Amazon è (ed era) governata interamente da sistemi di “machine learning” attraverso i quali viene effettuata una gestione integrata della logistica e degli ordini delle vendite a distanza, e da algoritmi di logistica predittiva – quindi da un sistema di intelligenza artificiale (AI) – che operano, in quanto così gestito dalla società del gruppo - nella totale e sistematica indifferenza degli obblighi fiscali e doganali europei», si legge nella richiesta che parla anche di mancati accertamenti sulle vendite a distanza e sugli obblighi fiscali per cui a un certo punto «anche avesse voluto, Amazon si era programmaticamente posta nelle condizioni di non essere in grado di individuare le cessioni rientranti nell’ambito di applicazione della disciplina del Decreto Crescita e di trasmettere a tal proposito informazioni accurate all’Agenzia delle Entrate».
Inoltre si sostiene che «per ben 4 volte, Amazon abbia esibito report delle vendite incompleti e conseguentemente inidonei a garantire la tracciabilità univoca e oggettiva dei beni ceduti in Italia attraverso il proprio sistema logistico e, prima ancora, rileva che tali dati siano allocati in India a Bangalore, per cui la disponibilità degli stessi da parte dell’Autorità Fiscale e dell’Autorità Giudiziaria nazionali di fatto dipende, in sostanza, esclusivamente dalla benevolenza della società controllata». Per quanto riguarda l’impegno «a pagare all'Agenzia delle Entrate circa 527 milioni di euro», il pm sottolinea, tra le altre cose, che «sia prima che successivamente al varo del Decreto Crescita, Amazon ha avuto fattive interlocuzioni con l’Agenzia delle Entrate e anche con altri interlocutori istituzionali non tanto finalizzate a chiarire i (propri) dubbi interpretativi e applicativi della norma, ma piuttosto a cercare di ottenere un quadro normativo che potesse essere in qualche modo gestibile evitando l’adempimento degli obblighi specifici introdotti dalla norma».
Un «sistema di controllo», quello di Amazon che per il pm è «tutt’altro che adeguato». «Sarebbe bastato utilizzare i propri sistemi di machine learning e i propri algoritmi predittivi non solo elaborando i dati personali degli acquirenti finali ma anche quelli dei venditori extra UE per avere un business trasparente, ordinato e conforme agli obblighi fiscali nei paesi dell’Unione Europea», prosegue la richiesta. Infine viene contestato alla società «l’aver allo stesso tempo deliberatamente tollerato (ovvero addirittura, secondo l’accusa: agevolato) condotte di singoli venditori volte a frodare l’Erario». «Siamo tra i primi contribuenti in Italia, uno dei maggiori investitori esteri nel Paese è la replica di Amazon -, con oltre 25 miliardi negli ultimi 15 anni, e impieghiamo in Italia più di 19.000 persone». «Pur essendo in disaccordo con le premesse dell’indagine - prosegue la nota - L’accordo (con il fisco) riflette l’impegno a collaborare con le autorità italiane. Ci difenderemo con determinazione rispetto al procedimento penale, che riteniamo infondato».
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