«Diritto d'asilo, scelta di civiltà. Dall'Italia segnali importanti sui rifugiati»
A fine mandato in Italia, Chiara Cardoletti traccia un bilancio su integrazione, Lampedusa, Albania e Patto Ue sull’asilo. «Stiamo attraversando un momento in cui il mondo sembra aver deciso che essere umanitari e rispondere ai bisogni delle vittime sia diventato sempre più irrilevante»

Cambio al vertice dell'Unhcr in Italia. Chiara Cardoletti, da giugno 2020 Rappresentante per l’Italia, la Santa Sede, Malta e San Marino dell’agenzia Onu per i rifugiati, da lunedì prossimo prenderà servizio in Messico. Alla fine del mandato tracciamo con lei un bilancio.
Partiamo dalla situazione internazionale. Quali sono le conseguenze di queste picconate continue alle istituzioni multilaterali e al diritto internazionale?
Il quadro è sempre più preoccupante. I conflitti stanno causando sfollamenti di proporzioni enormi: ad oggi oltre 970mila persone sono già dovute fuggire tra il Medio Oriente e l'Asia Sud-Occidentale. Non stiamo vivendo soltanto un picco storico di guerre e di persone in fuga. Stiamo anche attraversando un momento in cui il mondo sembra aver deciso che essere umanitari e rispondere ai bisogni delle vittime sia diventato sempre più irrilevante. È la dimostrazione di quanto sia contraddittorio affermare di non voler accogliere rifugiati e, allo stesso tempo, non fare nulla per aiutare le persone che sono state costrette a scappare.
Qual è stato l'impatto del taglio ai fondi dell'Unhcr effettuato dagli Usa e da altri paesi occidentali sulle popolazioni in fuga e su quelle che le ospitano?
Le conseguenze sono state significative. Ne hanno risentito l’Unhcr e, più in generale, tutte le organizzazioni internazionali e della società civile impegnate nel settore umanitario e dello sviluppo. Ma a pagare il prezzo più alto sono, come sempre, le persone. Oggi oltre 11 milioni di esseri umani non hanno accesso ad assistenza vitale, come acqua e cibo. A subire le conseguenze sono anche i Paesi a medio e basso reddito che accolgono la maggior parte delle persone costrette alla fuga e che spesso si trovano ad affrontare questa responsabilità con risorse molto limitate. Si ha sempre più la sensazione che le persone e i diritti umani non occupino più una posizione prioritaria nelle politiche di molti Stati. Tuttavia, non è così ovunque. Alcuni Paesi hanno ridotto nettamente il loro sostegno alle organizzazioni multilaterali, ma altri, come l’Italia, hanno mantenuto questo impegno e continuano a fare la loro parte. L’Italia rappresenta un esempio positivo anche con il Piano Mattei. Essere presenti in Africa con programmi di sviluppo e interventi umanitari è fondamentale: significa contribuire ad affrontare le cause profonde delle crisi e sostenere le comunità più vulnerabili.
In Italia l'Unhcr è molto impegnata sul tema dell'integrazione di migranti e rifugiati e su quello delle vie sicure e legali d'ingresso. A che punto siamo?
C’è ancora molto da fare sul fronte dell’integrazione e della creazione di vie legali e sicure. Tuttavia, non mancano esperienze positive che coinvolgono il governo, il settore privato, i sindaci e i comuni, insieme alla società civile. Per esempio, abbiamo lanciato la Carta per l’Integrazione delle persone rifugiate, alla quale hanno aderito finora 17 città. Insieme a queste amministrazioni abbiamo creato centri multiservizi che permettono ai rifugiati di trovare più facilmente le risposte di cui hanno bisogno per integrarsi. Stiamo lavorando molto anche con le aziende e con i ministeri competenti sul tema del lavoro. Grazie a questa collaborazione siamo riusciti a offrire ai rifugiati oltre 70 mila percorsi di inclusione lavorativa. Questo dimostra che l’Italia sta sviluppando soluzioni intelligenti che, pur dovendo essere ampliate in modo significativo, offrono risposte concrete sia ai rifugiati sia alle imprese che hanno bisogno delle loro competenze. Oggi tra le persone rifugiate ci sono insegnanti, medici, infermieri: professionalità preziose che rischierebbero di andare perdute se queste persone venissero lasciate ai margini della società. Abbiamo inoltre lavorato intensamente con il governo anche sul tema delle vie legali. L’Italia è oggi tra i Paesi più attivi in questo ambito: tra corridoi umanitari, corridoi universitari e lavorativi, evacuazioni umanitarie e programmi di reinsediamento, negli ultimi dieci anni più di 11mila rifugiati provenienti da 24 Paesi sono entrati nel nostro Paese in modo legale e sicuro. Si tratta ancora di numeri limitati, ma se questi percorsi vengono sviluppati e rafforzati possono rappresentare una risposta importante, soprattutto in un momento in cui molti programmi di reinsediamento stanno subendo forti riduzioni. L’inclusione delle persone rifugiate è fondamentale non solo dal punto di vista umano, ma anche per l’economia e la coesione sociale. Il loro contributo positivo può aiutare a contrastare i discorsi di odio e le narrazioni distorte che spesso accompagnano il dibattito pubblico sul tema delle migrazioni.
Lampedusa, frontiera europea, è anche il simbolo delle morti in mare. Quali sono stati secondo lei i passi avanti e quali criticità restano?
Quando ho iniziato il mio incarico c’erano forti criticità nell’accoglienza a Lampedusa. Oggi la situazione è migliorata: il centro di Contrada Imbriacola, anche grazie al lavoro della Croce Rossa Italiana e altri partners importanti, è stato rafforzato e oggi esiste un sistema di accoglienza più dignitoso. Il vero problema dell’Italia e, più in generale, di tutto il Mediterraneo non sono tanto gli arrivi, quanto l’elevato numero di persone che continuano a morire in mare. È una realtà di cui spesso non si vuole parlare, ma che dobbiamo avere il coraggio di riconoscere e affrontare. La Guardia Costiera italiana continua a rappresentare un punto fermo nelle operazioni di salvataggio. Tuttavia, in tutto il Mediterraneo la disponibilità al soccorso si è drasticamente ridotta, e questo è un elemento che contribuisce ad aumentare i rischi per chi tenta la traversata.
Come valuta i centri aperti dal Governo italiano in Albania?
I centri sono stati aperti sulla base di un accordo fra Italia e Albania. Noi abbiamo assunto un ruolo di monitoraggio indipendente e di supporto alle persone coinvolte nei trasferimenti in virtù del nostro mandato di supervisionare l’applicazione della Convenzione di Ginevra sui Rifugiati del 1951 e di fornire protezione ai rifugiati. Non abbiamo avuto l'opportunità di fare un vero bilancio di questo meccanismo, in quanto i trasferimenti sono stati molto limitati. Gli accordi di trasferimento non sono necessariamente negativi e illegali, dipende da come vengono realizzati. Devono garantire i diritti e la protezione dei richiedenti asilo. L'Italia si è impegnata a rispettare il diritto internazionale.
Che impatto avrà il nuovo patto europeo sull'asilo sul diritto di chiedere protezione?
Può rappresentare un passo avanti, se verrà applicato correttamente. Per anni il sistema europeo non ha funzionato né per gli Stati né per i rifugiati. In diverse occasioni Paesi come l’Italia hanno dovuto affrontare momenti di forte pressione senza poter contare su un adeguato supporto da parte dei partner europei. Ci si augura che, attraverso il Patto, questa situazione possa cambiare e che vengano implementati meccanismi più solidali nei confronti dei Paesi di primo arrivo. Il sistema potrà funzionare davvero solo se, in ogni fase, saranno garantite adeguate misure di salvaguardia. Per questo continueremo a osservare e monitorare con grande attenzione l’implementazione del Patto.
Qual è il bilancio personale del suo mandato?
In questi sei anni il mio obiettivo è stato portare risultati concreti per i rifugiati, ma anche per le comunità di accoglienza, le città e la rete sociale che sostiene chi ha bisogno di protezione. È stato fatto molto lavoro: sono nate opportunità importanti attraverso programmi di inclusione che hanno coinvolto istituzioni, territori e società civile. Insieme al governo e ai nostri partner siamo inoltre riusciti a sviluppare un sistema di identificazione e assistenza per le persone più vulnerabili, rafforzando la capacità di risposta nei confronti di chi ha maggiormente bisogno di protezione. In questi anni abbiamo costruito anche un dialogo costante e di grande valore con la Santa Sede e con la Chiesa su un tema che ci sta profondamente a cuore: la dignità delle persone rifugiate. Un dialogo che ha trovato momenti significativi negli incontri con Papa Francesco e, più recentemente, con Papa Leone, con i quali abbiamo condiviso la convinzione che la protezione delle persone costrette alla fuga richieda responsabilità condivisa, attenzione verso i più vulnerabili e un impegno concreto delle istituzioni e delle comunità. È proprio su questa responsabilità condivisa che dobbiamo continuare a costruire il futuro della protezione dei rifugiati.
Cosa augura a chi le succederà?
Le sfide restano complesse, ma negli ultimi anni non sono stati avviati soltanto programmi efficaci: si è rafforzato anche il dialogo con le istituzioni e con i partner, fondamentale per assicurare l’efficacia e la continuità della nostra azione. Al mio successore auguro di poter portare avanti questo lavoro e questo approccio, rafforzandoli ulteriormente. Ma il mio auspicio più grande riguarda il modo in cui, a livello globale, guardiamo alla migrazione: che si continui ad affrontarla con responsabilità e con visione, ricordando sempre che il diritto di asilo non è soltanto un principio giuridico, ma una scelta di civiltà.
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