In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Lui non lo aveva visto, cieco com’era non poteva vederlo: se ne stava là sul ciglio della strada ad aspettare qualche spicciolo. Non poteva vederlo, ma fu visto. E fu sosta proprio accanto a lui, che tutti pensavano povero e peccatore. Poi fu solo un tepore sugli occhi, una carezza di mani. Lui non aveva chiesto niente, ormai rassegnato al suo destino di emarginato perenne; l’Altro gli parlava col silenzio delle mani, con la delicatezza di quel gesto che assomiglia a quello di una mamma che spalma la pomata sulla piaga del suo bambino. Piano, attenta a non far male. E poi quell’invito da una voce calda ad andare a lavarsi: avrà avuto paura di inciampare lungo la strada? Ma di quella voce e di quella carezza sugli occhi sapeva che poteva fidarsi. Così gli apparvero i colori, a lui, che non li aveva mai visti. Sarebbe bello pensare e credere che nel nostro buio c’è qualcuno che ci vede e accarezza i nostri occhi, che ci chiede di rischiare i nostri passi al buio, sostenuti da uno sguardo, incoraggiati da una presenza. La luce non arriva senza un passo, senza un affidarsi. Poi fu solo un diluvio di parole, di domande, di interrogazioni, a sciupare la festa dei colori, a maltrattare quella gioia di vedere finalmente. Una pioggia di inutili parole: «Chi è stato?». «Ma oggi è sabato». «Non sei tu il cieco?» «Dov’è chi ti ha aperto gli occhi?». Un processo con indagati e inquisitori, a cercare prove, a lanciare accuse. E lui, con la saggezza semplice degli anonimi mendicanti a rispondere: «Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Non sa altro: l’effetto di quella carezza, di quel po’ di fango spalmato sulle palpebre, “le opere” di un Dio che usa la terra, la materia, la fragilità. Gli stessi ingredienti, polvere e saliva, che Dio usò per creare l’uomo, perché la vita è nascosta nelle cose semplici, che celano frammenti di luce. E poi fu l’incontro: quelle mani diventarono un volto e ora, occhi negli occhi, gli pongono la sola domanda sensata, così lancinante da arrivare dritta al cuore: «Tu credi?» La luce ha un nome, ha un volto: «Sono io che ti parlo». Non solo colori ora per lui, ma lo splendore di una rivelazione.
(Letture: 1Sam 16,1.4.6-7.10-13; Sal 22; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






