Una politica più dialogante. Segnali e cattive abitudini
Dopo referendum e 25 aprile, toni meno divisivi nel dibattito pubblico. Ma sulle regole democratiche restano chiusure, insofferenze verso il dissenso e resistenze al confronto
«Buone maniere e cattive abitudini»: l’espressione, molto usata da papa Francesco e da lui riferita prevalentemente alla vita cristiana concreta, mi è tornata alla mente in questi giorni riflettendo sul tenore della discussione pubblica dopo il referendum sulla magistratura. Nonostante persistano recriminazioni e delusioni, talvolta anche un po’ patetiche, la linea prevalente appare quella della mano reciprocamente tesa, degli inviti a lavorare insieme e a cercare punti di contatto, superando la logica binaria e di muro contro muro. E questo accade non soltanto sui temi del funzionamento della giurisdizione, ma anche in materia di legge elettorale e a proposito di un argomento, intrinsecamente divisivo, come quello del diritto alla salute e dell’organizzazione dei servizi sanitari. Anche il 25 aprile, salvo qualche isolato episodio, è stato vissuto come festa di tutte e di tutti, come Liberazione con la maiuscola, capace di esprimere l’unità profonda di un popolo.
Ci sarebbe senz’altro da rallegrarsi se non fosse per due fenomeni concomitanti. In primo luogo, questi approcci “dialoganti” paiono essere considerati come eccezioni, dovuti alle contingenze del momento, piuttosto che come la normalità della discussione pubblica, specialmente quando questa abbia per oggetto non tanto scelte di politica economica o settoriale, ma le regole stesse delle democrazia, le garanzie della libertà o il nucleo dei diritti di cittadinanza. Nonostante le distanze culturali e il peso di interessi non facili da comporre, lo scenario nazionale e quello internazionale rafforzano la necessità che la “politica” non venga ridotta al solo conflitto e allo scontro amico-nemico, ma che proprio quest’ultimo sia il dato di partenza che l’azione politica (nel senso del complesso di azioni che costituiscono la polis) ha il compito di illimpidire, orientando il corpo sociale verso quel minimo di unità che ne rifletta il pluralismo non autodistruttivo.
In secondo luogo, quelle buone maniere non riescono a celare cattive abitudini. Come diversamente valutare la circostanza che, a fronte di un’appassionata, argomentata e pacata lettera del procuratore nazionale antimafia volta a chiedere alle istituzioni competenti di ripensare a taluni profili della riforma delle intercettazioni, suscettibili di compromettere il contrasto alla criminalità organizzata e alla sua penetrazione nel corpo sociale, le risposte siano sinora state non nel merito, ma del tipo “i magistrati non devono fare politica”? Oppure, sul fronte della legge elettorale, pensiamo al silenzio, o all’irrisione, rispetto alle tante e autorevoli voci che sollevano perplessità, anche sotto il profilo della legittimità costituzionale, sulle caratteristiche del premio di maggioranza e del ballottaggio eventuale che si vorrebbero introdurre. Viene alla mente il detto francese “voi avete giuridicamente torto perché siete politicamente minoritari”: una cattiva abitudine, appunto. Ancora: che cosa dire sulla impossibilità pratica di aprire un dibattito a tutto tondo sul Servizio sanitario nazionale e sulla sua strisciante trasformazione, che vada oltre la pur meritoria (e necessaria) proposta di un maggiore coinvolgimento dei medici di famiglia dentro la nuova assistenza territoriale? Avere buone maniere richiede un’attitudine al mutuo apprendimento, in cui i diversi non si concepiscano come distanti e basta, ma sappiano dialogare: questa è una buona abitudine.
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