Più garanzie per i magistrati significa meno democrazia?

Nonostante un clima non propriamente favorevole a ragionamenti e a riflessioni, ecco una chiave di lettura che potrebbe consentire di esercitare meglio, i prossimi 22 e 23 marzo, il dovere civico del voto, ai sensi dell’art. 48, comma 2, della Costituzione
March 13, 2026
Era prevedibile. Dopo l’autorevole e fermo invito del presidente della Repubblica a rispettare il Consiglio superiore della magistratura, i toni si sono un po’ abbassati, ma la campagna referendaria sulla riforma dell’ordinamento giudiziario continua ad affrontare l’ultima settimana intrecciando luoghi comuni non dimostrati, falsità contrabbandate per evidenze, attacchi generalizzati e talvolta scomposti alla magistratura quando non a singoli magistrati in particolare. Neppure le accresciute preoccupazioni che l’attacco all’Iran sta comportando, anche con riferimento alla vita quotidiana di ciascuno, sembrano indurre ad approcci più equilibrati.
Ebbene, nonostante questo clima non propriamente favorevole a ragionamenti e a riflessioni, vorrei suggerire, in quest’ultimo numero della rubrica prima del referendum, una chiave di lettura che potrebbe consentire di esercitare meglio, i prossimi 22 e 23 marzo, il dovere civico del voto, ai sensi dell’art. 48, comma 2, della Costituzione.  Dovrebbe ormai essere chiaro a tutti, o almeno a molti, che il “cuore” della riforma sul tappeto è la modifica dell’equilibrio costituzionale tra organi di indirizzo politico e organi di garanzia, o più semplicemente tra politica e magistratura, sulla premessa che quest’ultima avrebbe nel tempo acquisito un potere eccessivo tale da ostacolare indebitamente i governanti. Del pari, dovrebbe essere altrettanto evidente che questa tensione non concerne soltanto il nostro Paese, perché da anni si constata un analogo fenomeno in altri ordinamenti a noi paragonabili.
Eppure, ancora un recente studio di Marta Cartabia (Custodi della democrazia. La Costituzione, le corti e i confini del politico, Egea, 2026, p. 103) ha smentito la convinzione, diffusa e fallace, che alla crescita delle istituzioni giudiziarie corrisponda una diminuzione delle istituzioni politiche e che lo sviluppo delle istituzioni democratiche esiga un contenimento di quelle di garanzia. Conclusione pure accolta, da tutt’altra angolatura culturale, nel volume di Antonio Cantaro Amato popolo (editore bordeaux, 2025, p. 66), dove si legge che la tutela dei diritti e del pluralismo istituzionale è la garanzia che la vitalità insita nella sovranità popolare non sia compromessa in radice.
Quando, nel lontano 1789, i rivoluzionari francesi scrissero nell’art. 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino che, perché si possa davvero parlare di “Costituzione”, occorre che sia assicurata la garanzia dei diritti e sia determinata la separazione dei poteri, scolpirono un legame utile ancora oggi: per garantire i primi, va disegnata con equilibrio la seconda. Questa è la ragione di fondo che spinge a chiedere che ogni intervento riformatore su tale equilibrio sia bene ponderato, bene spiegato, bene argomentato. Per fare tutto ciò, la propaganda va evidentemente ridimensionata e gli slogan possibilmente ridotti al minimo: non si tratta di vendere un prodotto a un consumatore, ma di aiutare l’elettore a scegliere, senza sovrapporre valutazioni di segno politico generale a valutazioni nel merito del quesito proposto. Staremo a vedere.

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