Un 2026 di verità e pace. Anche nel dibattito pubblico

Qualche domanda a circa due mesi dall’inizio formale della campagna referendaria. I termini delle questioni sul tappeto andrebbero illimpiditi, resi chiari per quello che sono, e non mascherati per intenti propagandistici
January 2, 2026
C’è connessione tra verità e pace: non si dà pace senza verità di cose e fatti, non si dà verità di cose e fatti senza una situazione e un contesto di pace, che richiede – come ci ha ricordato Leone XIV nel messaggio per la Giornata mondiale della pace, richiamando la Pacem in terris di san Giovanni XXIII – «mutua fiducia, sincerità nelle trattative, fedeltà agli impegni assunti», e cioè un contesto di verità. Risuonano altresì, sul punto, le parole, lucide e accorate, del presidente Sergio Mattarella nel messaggio di fine anno, per cui «la pace, in realtà, è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio».
Sono parole di saggezza che possono e devono applicarsi a tutte le situazioni della vita personale e pubblica, comprese quelle che sono normalmente oggetto di attenzione da parte di questa piccola rubrica. Senza strumentalizzare queste alte indicazioni, ma comunque prendendo sul serio il nesso tra verità e pace. A circa due mesi dall’inizio formale della campagna referendaria, i termini delle questioni sul tappeto andrebbero allora illimpiditi, resi chiari per quello che sono, e non mascherati per intenti propagandistici. In particolare, ai fautori di una revisione approvata su iniziativa del Governo e senza il contributo di emendamenti, né di maggioranza né di opposizione, è lecito chiedere di rispondere, secondo verità, ad alcune domande.
Così, non si capisce in quale senso il giudice sarebbe più sereno in presenza di un pm scisso dalla cultura e dalla mentalità della giurisdizione e consegnato in un ruolo angusto e innaturale di “avvocato della polizia”. E non si capisce neanche, a meno di non pensare che l’obiettivo sia quello di indebolirne l’indipendenza e dunque l’imparzialità (e di marginalizzare l’organo che dell’autonomia e indipendenza costituisce la garanzia, cioè il Consiglio superiore della magistratura), perché, dopo averli separati, i magistrati vengano, sotto il profilo più delicato che è quello del processo disciplinare, riunificati e sottoposti non più al Csm, ma ad un organo ad hoc nel quale, unici tra tutti i dipendenti pubblici o privati, non potranno esprimere alcuna rappresentanza.
E ancora. Quale vantaggio viene alla collettività dal mortificare e isolare atomisticamente, prevedendo il sorteggio per le loro rappresentanze istituzionali e addirittura per la composizione della Corte di disciplina, i magistrati, cioè coloro ai quali è affidata la garanzia ultima dei nostri diritti? Si sente dire: così si arginano le correnti. Non è così, le correnti occulte sarebbero più pericolose di quelle trasparenti. Con queste regole, in realtà si svilisce l’associazionismo dei magistrati, il quale costituisce una fondamentale garanzia dei singoli giudici e pm di fronte al potere politico e a quello economico, e dunque una garanzia per noi cittadini tutti.
Da qui l’auspicio (ingenuo?) che il dibattito di questi mesi sia occasione per un salto di qualità nella discussione pubblica sul tema del ruolo della magistratura in una società che voglia continuare a essere democratica e liberale. Un salto di qualità che permetta, per il futuro, di condividere gli opportuni cambiamenti non delle norme costituzionali, ma della legge elettorale per l’elezione dei togati al Csm, nonché del codice di procedura penale e degli illeciti disciplinari, affinché il modello di un pubblico ministero organo di giustizia sia ancora più chiaramente affermato.

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