Perché non ci concentriamo sull’attuazione della Costituzione?
Da più parti dopo l'esito del referendum si sottolinea l’opportunità di un impegno bipartisan sul funzionamento della giustizia, ma senza scomodare la Carta. Un auspicio condivisibile, ma a tre condizioni

In un clima di grande attenzione dell’opinione pubblica, che ha favorito un’inattesa affluenza al voto, il testo della revisione costituzionale sull’ordinamento giudiziario non è stato approvato dal corpo elettorale. Testo e contesto sono stati strettamente intrecciati. Un testo intriso di contraddizioni e il cui nucleo di fondo, il cui “cuore”, è stato individuato nel corso della campagna referendaria in modo così differente da parte dei suoi fautori, da suscitare tra gli oppositori della riforma la preoccupazione che essa costituisse un momento di un più ampio contesto, non soltanto nazionale, volto a sbilanciare il rapporto tra la politica e la giurisdizione. Da più parti, in questi giorni e in queste ore, si sottolinea l’opportunità di un impegno bipartisan sul funzionamento della giustizia che, senza scomodare la Costituzione e anzi facendosi illuminare dal modello di magistratura che se ne ricava, consenta di migliorarlo anzitutto quanto alla durata dei processi e all’accesso alla tutela giurisdizionale. L’auspicio è certo condivisibile, a tre condizioni.
La prima, che il luogo di questo impegno sia il Parlamento della Repubblica, senza forzature con voti di fiducia, senza arroccamenti aprioristici e senza improbabili rivincite della politica verso i magistrati. Aizzare i cittadini contro i magistrati è autolesionismo, visto che la magistratura è garante della libertà e dei diritti di tutti noi, ed è aiutata in tale compito dall’avvocatura, la quale a sua volta può ritrovare autorevolezza rinunciando a vecchi miti e recuperando piena autonomia dalla politica. La seconda, che in questa riflessione venga coinvolto, nelle forme previste, il Consiglio superiore della magistratura, luogo di equilibrio tra togati e non togati, e soprattutto luogo storicamente di competenze organizzative (oltre il 40% delle deliberazioni assunte da quest’organo attengono, del resto, all’organizzazione della giurisdizione) senza le quali non si dà buon funzionamento della giustizia: non una terza Camera, che non può e non vuole essere, ma un prezioso aiuto al decisore politico.
La terza, forse la più importante: che ci si impegni seriamente nel senso dell’attuazione della Costituzione, cominciando a valorizzare e a monitorare, nel settore della giustizia, le riforme di pochi anni fa, a cominciare dalla legge n. 71 del 2022 e dell’autoriforma sulla cui base il Csm si è in questi anni impegnato. Il tema della attuazione (e dell’inattuazione) costituzionale, da un lato, e quello della sua revisione, dall’altro, conoscono oggi una rinnovata attenzione in sede scientifica e dottrinale: ad essi sarà dedicato il Convegno nazionale dell’Associazione italiana dei costituzionalisti (Teramo, 23-24 ottobre 2026) e, sul profilo specifico dell’inattuazione costituzionale, è appena uscito da Lefebvre Giuffrè un corposo commentario a cura di C. F. Ferraioli, A. Gentilini, V. Marcenò e G.U. Rescigno. Come trasferire l’attenzione per l’attuazione costituzionale dalla cerchia degli specialisti alla più vasta platea dei cittadini e delle cittadine che avvertono la perdurante centralità della Costituzione e delle sue molteplici valenze?
Una tale domanda rinvia al compito e alle responsabilità della politica: come la Costituzione non è prerogativa di una parte, ma è costitutiva dell’identità del popolo italiano, di tutto il popolo italiano, così la sua attuazione, nella pluralità delle forme e dei modi che la Costituzione consente, non è e non deve essere un desiderio di pochi, ma un’attenzione di molti.
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