Il decreto sicurezza e la memoria del 25 aprile

Basterebbe riandare alla storia e al senso della Festa della Liberazione per trarre motivi e argomenti utili a deflazionare la ricorrente spirale della corsa normativa e per rafforzare la coesione nel corpo sociale, premessa per la vera sicurezza pubblica
April 24, 2026
Sarà una mera coincidenza, ma anche quest’anno, a ridosso della Festa della Liberazione, il dibattito pubblico ci consegna l’ennesima discussione sul cosiddetto decreto-legge “sicurezza”. Anche quest’anno, se possibile in misura più marcata, il tema cruciale è la legittimità costituzionale di alcune clausole di tale decreto. E siccome sarebbe del tutto stravagante pensare che la Costituzione repubblicana non abbia a cuore il bene sicurezza, sorgono spontanei alcuni dubbi: non è che si scambiano per attinenti alla sicurezza pubblica contenuti normativi che, più che alla sicurezza reale, attengono alla sicurezza ideologicamente o politicamente percepita? O ancora, non è che ciò che davvero si vuole è alzare polveroni, mettendo in difficoltà le istituzioni di garanzia (Quirinale, Corte costituzionale), piuttosto che risolvere concreti e precisi problemi di aumento della violenza, urbana e non?
Eppure, basterebbe riandare alla storia e al senso della Festa della Liberazione per trarre motivi e argomenti utili a deflazionare la ricorrente spirale della corsa normativa alla sicurezza (incluse iniziative bizzarre, se non grottesche, come l’emendamento avvocati-rimpatriandi) e per rafforzare la coesione nel corpo sociale, premessa per la vera sicurezza pubblica, che è rispetto dei diritti di tutti e correlato adempimento dei doveri di cittadinanza. Accanto e forse ancora più del 2 giugno, il 25 aprile è davvero o dovrebbe essere la festa di tutti gli italiani: il primo decreto che istituì questa festa è infatti il decreto luogotenenziale 22 aprile 1946, n. 185. Il decreto porta quattro firme, quella di Umberto di Savoia, Luogotenente generale del Regno, di Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio dei ministri, di Palmiro Togliatti, Ministro di grazia e giustizia e del il socialista moderato genovese Gaetano Barbareschi, Ministro del lavoro: quattro firme emblematiche, che riassumono l’identità unitaria degli italiani.
Mentre tuttavia il 2 giugno è progressivamente e giustamente divenuto simbolo di unità (e lo è ancora di più se si pensa che in quel giorno del 1946 i nostri avi elessero anche l’Assemblea costituente, che riuscì a produrre quel capolavoro di unità che è la Costituzione repubblicana), il 25 aprile ha rischiato, anche in questi ultimi anni, di venire considerato come la festa di una parte, non la vittoria di un popolo tutto. Riaffermare il 25 aprile come festa di tutti è allora necessario: tutti gli italiani furono infatti, in qualche misura, resistenti. Lo furono di fronte alla guerra, alla sofferenza, alla fame, alle distruzioni, alla rottura dei legami familiari e affettivi, alla perdita della dignità di popolo e di Nazione. Alcuni, tanti per la verità, furono poi Resistenti con la maiuscola, fecero la scelta di non arrendersi all’invasore e al prepotente, e a lui e ai suoi seguaci, anche interni, dissero “non ti temo”. Tanti e tante. Accanto a una Resistenza armata ci fu una Resistenza disarmata, prevalentemente femminile, che consisteva nel tenere i collegamenti, nel prendersi cura delle persone, nel confortare: una Resistenza senz’armi, ma non meno impegnativa, un movimento – come ebbe a dire due anni fa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, durante il suo annuale viaggio nei luoghi della Resistenza concreta – largo e diffuso, che vide anche la rinascita del protagonismo delle donne, sottratte finalmente al ruolo subalterno cui le destinava l’ideologia fascista.
Buon 25 aprile, dunque, a tutte e a tutti.

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