Estate 1963 - Giuditta e la tv
In un paese delle Dolomiti, quando la Rai arriva finalmente chiara, lo stupore muto di nonna Giuditta davanti al tg segna l’irruzione della modernità.
Nelle valli delle Dolomiti il segnale della Rai ancora non arrivava chiaro, nei primi anni ’60. Lo schermo si accendeva, un brusio fitto, righine bianche e grigie: poi, niente. Ma una sera il segnale raggiunse il paese delle nostre vacanze. Per primo apparve il simbolo della Rai. Poi, dopo poco, trionfante, la sigla del telegiornale. Da anni noi a Milano vedevamo la tv, ma nonna Giuditta, la padrona della casa in montagna, più di 90 anni, non sapeva neanche cosa fosse. Per l’evento la invitammo in casa. Lei salì faticosamente col suo bastone un piano di scale e si sedette su una poltrona in soggiorno.
Era l’ora: il bianco e nero del tg col mappamondo, poi il telecronista. Io non guardavo lo schermo, ma Giuditta. Lo sbalordimento nei suoi occhi scuri nel vedere e sentire parlare un uomo da tanto lontano, da Roma, addirittura. E ricordo come fosse oggi che si portò le mani congiunte alla bocca per lo stupore, e poi le battè sulle ginocchia, più volte, incredula. Giuditta parlava ladino, ma quella sera tacque. Nel suo mondo di fienili e mucche, e lenzuola lavate a mano nei torrenti, e sere davanti al fuoco, la modernità aveva fatto irruzione. Giuditta ora sorrideva come di un gioco di prestigio. Io anche. Inimmaginabile, sapere quale metamorfosi quello schermo ci avrebbe provocato.
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