1993 - Un altro padre
Un “altro padre” – un prete incontrato a Natale – la sostiene per trent’anni e, consumato dal Parkinson, le lascia tre parole: «offrire tutto».
Con mio padre - nell’infanzia lontano, poi molto amato - non avevamo mai parlato di Dio. Di tutto, ma non di Dio. Un tabù mi fermava. Forse certe pagine del suo diario della Ritirata di Russia, con i feriti congelati cacciati dalle isbe, dalle slitte, con la morte trionfante. Troppa morte aveva visto mio padre, in Russia. Non osavo chiedergli che gli fosse rimasto, di Dio. Ma avevo ora bisogno di un altro padre. Di un testimone che mi tenesse in piedi, con la mia malinconia comunque incalzante. Lo sentii dire Messa in una chiesa a Niguarda, una notte di Natale. Lo riconobbi subito.
Gli scrissi, lo andai a trovare. La prima volta fu una lite furiosa, come un’esplosione. Poi lui mi mandò a dire: torna quando vuoi. Sono tornata per trent’anni. Faccia di pietra da valtellinese. Costruito sulla roccia. Senza di lui non so se la nostra famiglia avrebbe tenuto, se ce l’avremmo fatta. Un giorno in chiesa alla Comunione notai che gli tremavano le mani. Fu un colpo al cuore: Parkinson. Lo divorò lentamente il male, paralizzandolo, ma lasciandolo lucido. Gli chiesi un giorno, alla fine, esasperata dalla sua muta sofferenza: «Ma come fa, a sopportare?» Lui faticava a parlare. «Bisogna offrire tutto», rispose. Soltanto quello. Offrire tutto. Quelle sue tre parole ho in mente, come scritte. Cerco di ricordarmene.
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