25 Maggio 1990 - Quella Mano Fredda

L’addio al padre e il tempo lungo del lutto, finché dal dolore nasce il desiderio di continuità nei figli.
February 19, 2026
Avevi 76 anni. Un anno prima andavi ancora in Afghanistan come inviato. Una sera mi hai detto di essere malato. Ti avrebbero operato l’indomani. All’alba mi hai salutato: c’era un addio nei tuoi occhi bruni. Ti ho ritrovato in una camera mortuaria. Non c’era ancora nessuno. Nel tepore di maggio i fiori cominciavano a sfarsi. “Non è vero, non è vero”, mi ripetevo. Era stata un’embolia, nella notte.
Eri morto solo. Ti eri portato la tua vecchia bussola, quella che ti aiutò a uscire dalla Sacca del Don. Ma nel cassetto non c’era più. Rubata. Di quanto avevo bisogno, papà, della tua bussola. Me ne stavo lì, smarrita. Mi sono avvicinata e ti ho accarezzato una mano. Con un sussulto ho ritratto la mia: la tua era gelata. É stato allora che ho cominciato a capire. Per settimane ho continuato a digitare sul telefono: 02 384…. Mi ricordavo poi, e mettevo giù. Ma solo a settembre, in autostrada verso Rimini, ho capito davvero.
Allora ho cominciato a piangere, ma tanto che non vedevo dove andavo. Ho accostato e finalmente ho pianto quanto ho voluto: ci vuole del tempo, quando se ne va un padre. La mente fatica a realizzare. Poco tempo dopo dal lutto spuntò, però, qualcosa di vivo. Volevo sposarmi, avere dei figli. Sentivo ora di essere l’anello di una catena che non poteva finire. Nei nostri figli, saresti continuato.

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