1 ottobre 1964 - La partenza
Entro per la prima volta a scuola a Milano, emozionata, e in una classe di trenta bambine diverse comincia il viaggio dell’imparare
Finalmente. Non vedevo l’ora. Nel mio grembiule bianco immacolato scalpitavo sulla porta di casa: «Allora, andiamo?» Era da tanto, che volevo andare a scuola. Come i miei fratelli. Sapere scrivere e leggere come loro, e usare il compasso, e riconoscere i Paesi sul mappamondo. Sembrava ancora estate quel mattino di ottobre. Dieci minuti a piedi per mano a mia madre e mio padre, a Porta Nuova di allora: botteghe, e resti ancora di case bombardate. Cercavo di tirarli, di accelerare il passo. Temevo fosse tardi. Resta di quella mattina una foto accanto a mio padre, sulla scalinata della scuola.
Lui sorridente, io, la treccia su una spalla, seria: sono grande ormai, mi compiacevo. Sulle pareti dei corridoi dei nastri colorati indicavano il cammino per le aule. Quasi di corsa seguii il mio, rosso, su per le scale. Prima A. «Io sono Marina», annunciai contenta alla maestra, entrando. E il banco, e la lavagna, il gesso, tutto ciò che desideravo da tempo. Sopra alla cattedra, il crocefisso. Ai muri manifesti colorati ‒ A come Asino, B come Banana. In classe eravamo in trenta. Almeno dieci appena arrivate a Milano dal Sud: ascoltavo stupita accenti mai sentiti.
Si cominciava. Il viaggio iniziava. L’italiano, le trenta bambine del Nord e del Sud di quella prima A del 1964 lo impararono tutte.
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