Ottobre 1966 - La porta senza nome

A otto anni entro per errore in una classe differenziale senza nome e mi nasce un dubbio su Dio e il dolore.
January 11, 2026
La maestra doveva consegnare una busta a una collega. Di me, otto anni, si fidava: «Scendi al piano terreno, terza porta a sinistra dopo le scale, dai questa alla mia collega e torni». Fiera del mio incarico scesi per larghe scale vuote nell’ora di lezione. Terza porta. Strano, non c’era scritto nulla, né classe, né sezione.
Aprii: la mano con la busta tesa all’insegnante, già pronta a andare. Ma allargando lo sguardo mi fermai. L’aula era piena di alunni, ma non come noi: bambini con gli occhi assenti, o con un filo di bava alla bocca. O in carrozzella, le mani prese in un meccanico tormentato lavorio. Alcuni di loro non si accorsero di me. Due mi guardarono, invece. I loro occhi su di me. Rifeci le scale di corsa, tornai in classe e sbalordita chiesi alla maestra: ma che aula è, quella? Chi sono, quei bambini? La maestra si portò un indice alla bocca. Non erano cose di cui si parlava allora apertamente.
A casa, investii mia mamma di domande. «Era una classe differenziale», rispose. «Sai, dei bambini nascono malati». Io: e come mai? E non si può curarli? E perché quei due che mi guardavano sembravano proprio come me? Mi calmai poi. Un dubbio come una lama, un primo sospetto doloroso mi era entrato però nei pensieri: se Dio è buono, perché quei bambini tanto malati, in un’aula senza neanche un nome.

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