Settembre 2008 - Lampedusa Terra!
A Lampedusa, il salvataggio di un gommone diventa il segno di un’umanità che cerca pace e futuro.
Ero salita a bordo della motovedetta della Capitaneria di Porto, a Lampedusa. Arrivò una richiesta di soccorso. La motovedetta partì veloce, la scia di schiuma fendeva un mare limpido. Un mare da gita in barca. Ma il pilota accelerava e Lampedusa alle spalle scompariva: il mare aperto, ora. Immenso. Da qualche parte un gommone carico di migranti imbarcava acqua. Fissavo l’orizzonte, nulla. Fino a che, un punto minuscolo. Erano loro.
La motovedetta accostò adagio, gli ufficiali dissero in inglese ai naufraghi di stare fermi: il gommone si poteva rovesciare. Erano forse in 40. Fradici, bruciati dal sole, febbricitanti. I loro occhi scuri, come ci guardavano. Le madri, soprattutto, le madri con i bambini in braccio. Salirono a bordo in un silenzio assoluto. Senza domandare niente: grati di essere salvi. A ognuno acqua, cibo e una coperta. La motovedetta ripartì.
Quando da lontano si intravide la sottile striscia di Lampedusa, un moto di gioia percorse i quaranta. “Terra!” Uno aveva un libretto fra le mani, tutto bagnato. Un Vangelo. Si inginocchiò sulla plancia a pregare. Quel gesto mi aprì gli occhi: un nuovo mondo, affamato ma vivo, bussava al nostro mondo invecchiato. Era Storia, il ragazzo che ringraziava Dio scorgendo l’Occidente. Un mondo nuovo per i suoi figli. Finalmente, in pace.
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