19 marzo 2008 - Nella notte di san Giuseppe
Chiamata d’urgenza, poi la notte: la madre muore. All’alba, tra i peschi in fiore, lei si rifugia accanto alla figlia, mano nella mano
Mi chiamarono nel tardo pomeriggio: “Sua madre sta male”. Corsi alla casa di riposo. Mia madre, novantenne, non era malata. Sana, a parte la grave demenza che le faceva lasciare aperto il gas. Non aveva voluto saperne di badanti. Alla fine, l’avevamo ricoverata. La andavo a trovare e non mi riconosceva subito. Questo mi sgomentava: quale nebbia dev’essere, la demenza senile. Era però ancora bella, i lineamenti fini, gli occhi scuri grandissimi. “Ma è nobile sua madre?”, mi aveva chiesto una giovane infermiera. A novant’ anni, mia madre sembrava una regina.
Quella sera respirava con affanno, gli occhi chiusi. Mi dissero però che era stabile, e di tornare a casa. “Se peggiora la avvertiamo”. Il telefono squillò alle tre di notte. Traversai in auto Milano deserta. Lei era già morta. L’impatto con il suo viso bianco fu stordente come uno schiaffo. Le mani che mi avevano accarezzato già incrociate, immobili per sempre. Mi trafisse il pensiero che il grembo in cui ero nata era freddo e morto. Indicibile, lo scontro con la morte di chi ti ha dato la vita.
Irrigidita, non riuscivo a piangere. Me ne tornai a casa. Era l’alba del 19 marzo, i primi peschi in fiore, profumo di primavera. D’istinto andai nella stanza della figlia piccola: mi addormentai accanto a lei, tenendola per mano. Come a ricomporre una catena spezzata.
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