Aprile 2009 - La terra che tradisce

All’Aquila dopo il sisma: macerie e silenzio. Tra gli sfollati, un cane che non mangia e sembra voler morire; lei lo accarezza e se ne va.
March 5, 2026
Venni mandata in Abruzzo alcuni giorni dopo il terremoto. A L’Aquila mi addentrai - non avrei dovuto, ma avevo bisogno di vedere - nella Zona Rossa. Il sisma aveva fatto 329 morti. Insostenibile il silenzio sulle macerie, le finestre nere come occhi vuoti. I palazzi spaccati e dentro, come in case di bambole, i divani, le cucine, i quadri. Su un fornello una pentola, sui letti abbandonati di corsa le coperte arruffate.
Alla Basilica di Collemaggio dal tetto sfondato entrava il cielo. Andai a Onna, il paese più massacrato. Quelle case squarciate mi comunicavano un’ansia profonda. Tavor per stare calma, caffè per non cedere alla sonnolenza, Tavor di nuovo. Vidi le faglie aperte nella campagna, nere, la terra come violentata. Un terremoto comunica un terribile senso di precarietà: nemmeno il suolo su cui stiamo fondati ci è sempre fedele.
In una piazza a L’Aquila, tra gli sfollati, c’era un grosso cane immobile a terra. Non era ferito, ma da giorni rifiutava il cibo che gli veniva offerto. Probabilmente i suoi padroni erano morti. Attorno, la vita degli uomini cercava di riprendere nelle tendopoli, nelle mense; e quel cane insensibile a ogni cosa, deciso a morire. Davvero i cani non hanno un’anima? Rimasi accanto al grosso pastore a lungo. Lo lasciai con una tenerissima carezza.

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