Dicembre 2004 - Come la fine del mondo

A Banda Aceh dopo lo tsunami: distruzione totale, e un missionario dice che non è Dio ma “il nostro” male.
February 28, 2026
L’aereo che atterrava nel nord dell’Indonesia sorvolava risaie verdissime, e poi di colpo una striscia immensa di fango. Il fango aveva ingoiato tutto, case, ponti, strade. Tir arricciati come dalla mano di un gigante stavano a ruote per aria. Negli acquitrini galleggiavano ancora i cadaveri. I vivi non li recuperavano: inerti sui gradini delle case, stremati da tanta morte. Entrando a Banda Aceh passai per un povero mercato. Dieci giorni dopo l’onda si cercava di sopravvivere. Pesci lividi, verdure annerite. Da una radio prese a suonare “Knocking on Heaven’s door”, Bob Dylan. Bussando al paradiso.
C’era davvero tanto da bussare, a Banda Aceh. Mai avevo visto una simile distruzione. Una apocalisse. Di notte i cani randagi ululavano come lupi. Solo in una missione cattolica trovai un letto. In spiaggia l’onda dapprima aveva prosciugato la riva, e i bambini erano corsi a prendere le stelle marine. Così lo tsunami se li era portati via tutti. Ne chiedevo ragione a Dio, attonita. Ma all’alba, in quella missione, al lume di candela dicevano le Lodi. Non capivo. Le Lodi, dopo la fine del mondo? «È il nostro male, non Dio, che ha provocato tutto questo», mi disse brusco un missionario italiano. Il “nostro” male, il motore di altro male. Ciò di cui nemmeno ci accorgiamo. Ciò che non vogliamo sentirci dire.

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