Dicembre 2005 - Il confine di Kuala Lumpur
Una notte a Kuala Lumpur svela, tra un hotel di cristallo e una baraccopoli al buio, l’abisso invisibile che separa ricchezza e miseria.
L’aereo da Francoforte era in ritardo, avevo perso il volo per l’Indonesia in quei giorni travolta dallo tsunami. Mi ritrovai all’aeroporto di Kuala Lumpur, capitale della Malesia. Kuala Lumpur? Vago ricordo dei libri di Salgari di mio fratello: tigri, giungle, avventurieri. L’aeroporto era invece di acciai e marmi, gelido. La compagnia aerea mi spedì per la notte in un hotel vicino: un grattacielo di 25 piani, tutto di cristallo. Camera all’ultimo piano. Soffro di vertigini. Non riuscivo ad avvicinarmi alla vetrata affacciata sul vuoto. Non potevo dormire. Mi spinsi alla finestra. La città era una distesa infinita di luci, l’aeroporto brillava come una stella. Ma, tra il mio albergo e i primi quartieri, c’era una strana fascia buia.
Attorno all’hotel, in basso, si allargava una baraccopoli di capanne. La corrente elettrica non c’era: piccoli generatori illuminavano lampadine, appese a fili precari fra le case. Tremavano a un soffio d’aria, come fiamme di candele. A tratti un’ombra passava nei vicoli e si dileguava. Quella fascia nera tra l’hotel di cristallo e la città: di qui i viaggiatori, i ricchi, laggiù la miseria più nera. Vicinissime, faccia a faccia. Sembravano non vedersi. C’era un confine invalicabile, di mezzo. Forse, dalle baracche gli uomini guardavano in alto. Noi dei grattacieli, lassù, come ciechi.
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