Settembre 1971 - Dalla mano di mio padre
Al mare, un “Raus!” in tedesco fa riemergere in mio padre l’angoscia della guerra.
Eravamo appena arrivati al mare, con mio padre. Gli piaceva la dolcezza di settembre, e la vasta spiaggia adriatica semivuota. Io appena adolescente: mi teneva per mano come una bambina. Le straniere nordiche in spiaggia erano grosse, rosse di sole, i capelli grigi. Ci sorridevano. Ci avvicinammo al bagnino. Un crocchio di stranieri noleggiava un pedalò. Discutevano a voce alta sul prezzo. A quell’improvviso alzarsi di toni in tedesco sentii la mano di mio padre irrigidirsi. Lo guardai, nei suoi occhi un’ombra di angoscia.
Non sapevo il tedesco, ne sentivo solo il timbro duro. Capii poi il ricordo che aveva traversato mio padre, sottile come una lama. “Raus!”, gridavano i tedeschi entrando a forza nelle isbe, sul Don, gennaio 1943. “Raus!”, fuori. Morti di freddo loro, come gli italiani: un tetto, significava svegliarsi ancora. Lotta di sopravvivenza, pure fra eserciti alleati. Ma quel “Raus!” urlato restava inciso nel cuore. Sognarlo per sempre, risentire addosso la morte vicina, e la disperata voglia di vivere dei vent’anni. Andammo oltre, sulla spiaggia addormentata, gli ombrelloni chiusi come fiori prima dell’alba.
A tratti guardavo mio padre, che taceva. In quei suoi occhi, ancora quel maledetto gelo. Quel suo silenzio, la mano irrigidita. La guerra tramandata a una figlia bambina.
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