Nei programmi spaziali
la “vecchia” Europa
è più avanti degli Usa

La forza scientifica dell’Esa è un vantaggio
January 7, 2026
Nei programmi spaziali
la “vecchia” Europa
è più avanti degli Usa
Un modello del satellite Copernicus Sentinel-1D al Centro Spaziale Europeo prima del lancio del veicolo Ariane 6 a Darmstadt, in Germania, il 4 novembre 2025 / Epa
Luna e Marte: se gli Usa rincorrono il primato, soprattutto d’immagine, l’Europa conquista l’autonomia, anche grazie alla sua intima sete di progresso. Il panorama aerospaziale dell’inizio del 2026 è segnato infatti da un paradosso: mentre gli Stati Uniti si trovano intrappolati tra la retorica della dominanza geopolitica e i ritardi dei partner privati, con Elon Musk che sulla missione Artemis non sembra rispettare gli impegni presi, il Vecchio Continente, con il suo braccio armato spaziale – l’Esa – consolida un ruolo di “potenza silenziosa”, capace di trasformare la scienza in infrastruttura strategica.
L’ordine esecutivo firmato da Donald Trump il 18 dicembre 2025, “Ensuring American Space Superiority”, ha fissato al 2028 il termine ultimo per riportare astronauti americani sulla Luna.
Una direttiva che non è solo una scadenza tecnica, ma un atto di forza politica per ribadire la leadership Usa contro l’avanzata cinese. Tuttavia, questo obiettivo si scontra con una realtà interna frammentata. Da un lato, appunto Elon Musk, che mesi fa – quando era al governo – ed ora – tornato in buoni rapporti con Trump –, spinge per dirottare risorse verso Marte, forse nel tentativo di mitigare l’attenzione sui ritardi di Starship. Dall’altro, la missione Artemis 3, ufficialmente slittata alla metà del 2027, appare ancora tecnicamente acerba a causa delle criticità del modulo di allunaggio Hls.
In questo contesto di tensioni tra Washington e SpaceX, l’Agenzia Spaziale Europea emerge come il modello di efficacia più solido. L’Europa ha infatti superato la crisi dei lanciatori: con l’Ariane 6 a pieno regime e la versione 64 pronta al debutto nel 2026, l’Esa ha riconquistato una sovranità d’accesso allo spazio che le permette di non dipendere esclusivamente dai giganti privati americani. Il tutto gestendo al meglio le risorse, un terzo di quelle della Nasa, avendo ben chiari gli obiettivi scientifici e tecnologici da raggiungere nel medio termine. Ma è sulla visione strategica che l’Esa fa uno scatto in avanti. Mentre gli Usa puntano sulla bandiera, l’Europa punta al sistema.
Il programma Moonlight ne è l’emblema: l’invio del satellite Lunar Pathfinder nel 2026 segna l’inizio della prima infrastruttura commerciale di navigazione e comunicazione lunare. L’Esa non vuole solo arrivare sulla Luna, vuole gestirne i servizi. Questo approccio si riflette anche nell’esplorazione del sistema planetario “interno”. Se Marte resta il sogno mediatico di Musk, l’Esa procede con precisione scientifica: la missione BepiColombo si prepara a svelare i segreti di Mercurio, mentre Juice prosegue il viaggio a caccia della vita verso Giove e le sue lune. Persino su Marte, l’Europa mantiene un vantaggio tecnologico unico: la missione ExoMars, ora stabilizzata grazie a nuovi accordi internazionali per il 2028, sarà l’unica capace di trivellare il suolo fino a due metri, superando le capacità attuali di qualsiasi rover Nasa.
Il 2026 ci consegna dunque una nuova gerarchia spaziale. Se la pressione di Trump spinge il settore privato americano verso traguardi record ma rischiosi, l’Esa dimostra che l’autonomia tecnologica e il rigore scientifico restano le chiavi per una presenza umana nello spazio che sia non solo spettacolare, ma permanente e sostenibile. Oltre certificare un altro passo in avanti dell’Europa verso una sua autonomia, che spaventa chi da un punto di vista geopolitico ha altre visioni.

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