In Iran una rivolta senza regia

Il crollo della Repubblica islamica è auspicato da buona parte della popolazione. Il regime è debole, ma il suo destino sembra essere una prolungata sopravvivenza
January 8, 2026
In Iran una rivolta senza regia
Questa foto, pubblicata ieri dall'ufficio stampa dell'esercito iraniano, mostra il capo di stato maggiore Amir Hatami (al centro) in posa con ufficiali e studenti dell'accademia militare a Teheran. "Non tollereremo minacce". ha detto Hatami /Ansa
Il crollo della Repubblica islamica dell’Iran – il cosiddetto “regime change” – è da decenni il sogno della destra statunitense e di Israele. E, va aggiunto, anche di buona parte della popolazione iraniana, che detesta i suoi governanti tanto corrotti quanto violenti e illiberali. Una speranza politica che molti ritengono ora più vicina, per un insieme di fattori diversi che hanno indebolito il regime. Negli ultimi due anni, Israele ha inferto colpi devastanti alla rete di milizie che l’Iran aveva creato nella regione, umiliando militarmente anche le forze di sicurezza della Repubblica islamica – i potenti pasdaran – nella breve guerra del giugno 2025. In più, il Mossad si muove impunemente in Iran, uccidendo generali, politici e scienziati nucleari. Sul fronte interno, la brutale repressione di ogni dissenso e le asfissianti regole sulla “moralità” dei giovani e delle donne hanno creato un diffuso risentimento verso il clero sciita al potere. A tutto ciò si aggiunge una devastante crisi economica che impoverisce il ceto. Il disastro economico viene imputato dal regime alle prolungate sanzioni economiche imposte dall’Occidente, ma in realtà è anche dovuto alla corruzione del sistema, alle storture strutturali dell’economia e alle enormi spese militari o per finanziare milizie all’estero.
Insomma, sembra essere la tempesta perfetta che farà naufragare la Repubblica islamica. Ma per quanto sia storicamente evidente come un sistema che si regge esclusivamente sulla repressione sia prima o poi destinato all’implosione, molte delle analisi occidentali faticano a cogliere la complessità del quadro interno iraniano e la resilienza di un sistema di potere abituato da sempre a resistere alle pressioni e alle minacce esterne. Va infatti ricordato che Teheran è abituata a gestire e reprimere ampie proteste popolari, ora promosse dai giovani che vogliono maggiori libertà sociali e politiche, ora avviate da chi protesta contro la situazione economica, ora dalle minoranze etniche e religiose discriminate dal centro politico persiano e sciita. In passato, vi sono state manifestazioni durate mesi, che hanno provocato centinaia o migliaia di morti, senza che il regime vacillasse. Un altro fattore che differenzia queste proteste da quelle che nel 1978 portarono alla caduta dello scià Mohammad Reza Pahlavi è la mancanza di forze politiche organizzate e coordinate che incitavano alla radicalizzazione delle proteste. Allora, agivano in Iran il più forte partito comunista del Medio Oriente, il Tudeh, il movimento liberal-nazionale, i seguaci di Khomeyni, scelto come voce dell’opposizione. Tutti fattori che sembrano mancare oggi e che rimarcano le differenze fra chi – nelle province periferiche – lotta contro la discriminazione etno-religiosa e chi si fa portavoce di agende politiche o di semplici recriminazioni economiche.
Anche le voci dall’estero non hanno la capacità di mobilitazione che ebbero al tempo della caduta dello scià. L’incitamento alla rivolta da parte del primo ministro israeliano Bibi Netanyahu è evidentemente strumentale. Le minacce del Presidente Trump, che promette di bombardare l’Iran se verranno uccisi i manifestanti, spaventano sicuramente i leader iraniani, dato che l’inquilino-sceriffo della Casa Bianca dimostra di saper agire di impulso e senza freni inibitori; ma non sembrano avere un chiaro disegno politico. Quanto al figlio in esilio dello scià, Reza Ciro, si illude che gli slogan a favore dello scià urlati nel bazaar di Teheran siano davvero un progetto politico e non il segno dell’esasperazione popolare contro la corrotta élite islamista al potere oggi in Iran.
Vi sono infine due altri importanti fattori che sembrano mostrare una capacità di tenuta del sistema, sia pure ferito e indebolito. Il primo è la capacità del regime di differenziare fra proteste economiche e rivendicazioni politiche: appare evidente il tentativo di rabbonire l’influente ceto mercantile con l’apertura a qualche forma di compensazione economica. Il secondo, forse quello decisivo è l’apparente sostanziale tenuta delle forze di sicurezza. Lo scià nel 1978 crollò quando i suoi soldati iniziarono a simpatizzare con chi protestava. Ora, fra pasdaran e basij, reclutati per lo più negli strati sociali più umili, non sembrano farsi strada sentimenti simili, dato che in qualche modo beneficiano di quel sistema. Il rischio allora maggiore per l’Iran, non è il collasso immediato del suo regime, ma la sua prolungata sopravvivenza senza alcun serio tentativo di riforma: i regimi non crollano perché divengono deboli, ma allorché la debolezza diventa la loro triste e spenta normalità.

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