Il rapimento, l'acido, l'orrore. Ma Giuseppe Di Matteo non può morire
L’11 gennaio 1996, trent'anni oggi, l’orribile epilogo del calvario del piccolo Giuseppe. «Del tuo corpo non è rimasto niente. Ma tu devi aiutarci: aiutaci a capire di cosa è capace l’uomo quando spegne nel suo cuore la pietà»

Ancora una settimana e avresti compiuto 16 anni, ma tu non lo sapevi. Il tempo per te, più lento di una vecchia tartaruga, è sempre uguale. Per te non c’è alba né tramonto. Sono passati 779 giorni da quando fosti rapito. Ti presero con l’inganno. Era l’inizio del calvario. Sempre solo, sempre al chiuso. Non avevi ancora 14 anni quel 23 novembre del 1993. Due mesi prima la mafia codarda aveva ucciso un povero prete, Padre Pino Puglisi. L’ultimo rifugio che ti accolse fu a San Giuseppe Jato, a pochi passi dalla casa di tuo nonno. Ma tu non lo sapevi. Eri diventato un giovanotto ormai: sedici anni, l’età dei primi amori; l’età dei progetti, delle partite di pallone, delle scorrazzate tra i campi, delle gare con gli amici; l’età dei capricci, della scuola, del desiderio di essere bello. Il corpo si trasforma, spunta la barba, i brufoletti ti tormentano, stai per diventare uomo. Per te, Giuseppe, niente di tutto questo. Da quando anch’io sono sceso nella tua prigione, non faccio che pensare a te. Mi sei diventato amico, fratello, figlio. Mi tieni compagnia. A volte prego per te, altre volte ti prego di pregare per me. Mi accorsi che solo pochi giovani della tua età, sapevano chi era Giuseppe Di Matteo. E cominciai a parlare e scrivere di te. A raccontare la tua storia. A chiedere loro uno sforzo d’immaginazione per tentare di capire che vuol dire sopravvivere per più di due anni in quelle condizioni. Anche tanti adulti, di te, ricordavano solo che eri “il bambino sciolto nell’acido”. Una mezza verità: non eri più un bambino e l’acido arrivò dopo la tua morte. Per te, orribile oltre ogni dire, fu il tempo della prigionia. Come hai fatto a resistere? Qual era la tua colpa? Nessuna. Tuo padre era stato un mafioso. Tuo padre aveva poi cominciato a collaborare con la giustizia. Tu avevi solo 13 anni. Nessuno figlio deve soffrire per le colpe dei genitori. Tu avevi la tua dignità. Con te la mafia gettò via la maschera bugiarda. La vecchia favola che mai avrebbe toccato le donne e i bambini si sciolse come neve al sole. Con te, i mafiosi furono spietati.
In questi anni, vado chiedendo a tutti di dedicare al tuo nome qualsiasi cosa: una strada, una palestra, un campetto, un albero, una panchina. Tanti lo hanno già fatto, altri, ne sono certo, si aggiungeranno. Se di te non abbiamo nemmeno una tomba, tante strade, tante scuole, tante strutture sportive potranno ricordare ai posteri che il 23 novembre del 1993, a Palermo, un innocentissimo adolescente fu rapito dalla mafia per punire suo padre; tenuto prigioniero per 779 giorni, fu infine strangolato e sciolto nell’acido.
L’ultimo atto di questo perdurante martirio avvenne giovedì 11 gennaio 1996 (trent’anni oggi). Del tuo corpo non è rimasto niente, tu, però, non puoi, non devi morire. Tu devi aiutarci, Giuseppe. Nessuno meglio di te può dirci di cosa è capace l’uomo quando spegne nel suo cuore la pietà. Chi non ha il coraggio di guardare negli occhi il male fatto dagli altri potrebbe ripeterlo. I tuoi coetanei hanno bisogno di sapere, di capire, di vedere. Occorre scendere nell’abisso gelido di quegli anni. Non è impossibile. Basta mettersi nei tuoi panni. Pensarti mentre gli attacchi di panico, la claustrofobia ti facevano sobbalzare togliendoti il respiro; quando la febbre divorava le tue carni; quando piangevi, pregavi, imploravi, gridavi, battevi i pugni nei muri di cemento. Nemmeno i tuoi aguzzini potevi vedere in viso, erano sempre mascherati. Iniziasti ad aspettare i giorni in cui sarebbero arrivati per portarti da mangiare, iniziasti addirittura volergli bene. Possibile? Sì, il bisogno di amare si riversa finanche su chi ti tortura.
Che ti era rimasto, Giuseppe? I sogni. Nella tua spietata solitudine potevi ancora sognare. Era l’unico modo per uscire da quel bunker maledetto. Chiudevi gli occhi, saltavi sul tuo cavallo e iniziavi a galoppare per i prati profumati di zagara. I sogni ti hanno tenuto in vita per 779 giorni; hanno alimentato la speranza che l’incubo nel quale eri stato scaraventato, presto avrebbe avuto fine. Mille volte hai assaporato la gioia della liberazione: l’abbraccio dei genitori, le domande, l’incontro con gli amici, i massaggi per imparare di nuovo a camminare, i regali, le carezze, i baci che per lungo tempo ti erano stati negati. I libri, il latte coi biscotti, la cioccolata calda, il piumone sul letto, la televisione. I regali. Invece. Giovedì 11 gennaio 1996. Arrivarono. Come sempre ti mettesti con la faccia nell’angolo pensando che ti portassero da mangiare. Ti misero invece un cappio al collo. Strinsero. Volasti in paradiso. Tu, finalmente, libero. Noi a morire di vergogna. Da quel giorno sono passati 30 anni. Perdonaci, Giuseppe. Mai più. Mai più.
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