Una vittoria storica. Gli indigeni bloccano la privatizzazione del fiume Tapajós, in Amazzonia

Avevano protestato alla Cop30. E nelle ultime settimane hanno occupato un terminal commerciale, sfidando una grande multinazionale. I popoli indigeni del Pará hanno ottenuto il ritiro di un decreto che avrebbe sottomesso il fiume Tapajós a logiche di privatizzazione, distruzione e commercializzazione
March 5, 2026
Una vittoria storica. Gli indigeni bloccano la privatizzazione del fiume Tapajós, in Amazzonia
Una visione aerea di una porzione di Amazzonia, attraversata dal Rio delle Amazzoni. EPA/CARLOS ORTEGA
«Il decreto di morte non è passato. Il fiume vive». Le parole spiccano su un cartellone verde. È tra le mani di una donna. Ha lo sguardo fermo e sta festeggiando. Accanto a lei altri esultano, battono le mani. Sono attivisti di alcune comunità indigene di Santarém, in piena Amazzonia brasiliana (stato del Pará). Sono riuniti perché hanno appena saputo di avere vinto, e che la loro è una vittoria storica. Sono gli stessi che a novembre 2025 bloccarono la Cop30 per farsi ascoltare dall’opinione pubblica internazionale, per chiedere di bloccare lo sfruttamento delle loro terre e per parlare anche di un fiume, il Tapajós, le cui acque rischiavano di essere sottomesse a nuove logiche di privatizzazione, commerciali e distruttive. Gli stessi che hanno occupato terminal fluviali e chiatte di trasporto merci nelle ultime settimane per protesta. Ma, ora, il pericolo è scampato.
A inizio febbraio il governo brasiliano ha infatti deciso di ritirare un decreto, il n. 12.600, pubblicato l’anno scorso, che avrebbe concesso tratti di fiume agli investimenti privati all’interno di un ampio Programma Nazione di Privatizzazione e, di fatto, aperto le porte per la trasformazione del corso d’acqua in un’idrovia per il commercio. L'annuncio è stato dato dal segretario generale della Presidenza, Guilherme Boulos, al termine di un confronto con le comunità interessate. Già oggi dal fiume passano 41 milioni di tonnellate di merci ogni anno: interessi economici che viaggiano sull’acqua insieme a diversi prodotti, tra cui, in modo preponderante, soia e mais. Sul Tapajós sono già presenti terminal fluviali dove i raccolti vengono caricati su chiatte che ne permettono il movimento a valle, verso strutture più grandi, sino ad arrivare a navi oceaniche. Per costruire le infrastrutture, l’alveo del fiume viene di solito stravolto: si portano via detriti, terra; l’habitat naturale viene danneggiato.
Una maggiore industrializzazione era nei piani di governo, investitori privati e multinazionali. Come il colosso statunitense Cargill, tra i principali operatori delle infrastrutture per il trasporto della soia e del mais in quella zona amazzonica. L’azienda di Minneapolis permette il collegamento tra i campi dove i cereali vengono coltivati, in Brasile, e uno dei maggiori importatori: la Cina. Ed è proprio uno dei suoi terminal che gli attivisti indigeni hanno occupato nelle ultime settimane, con azioni via acqua che ne hanno temporaneamente interrotto le attività. Poche settimane prima avevano abbordato una chiatta carica di cereali e diretta verso un altro porto. Dimostrazioni che hanno avuto il loro successo. «Le nostre azioni non nascono dall’improvvisazione. Sono il risultato di una lunga storia di resistenza a progetti imposti senza ascoltare» hanno scritto le comunità impegnate nelle azioni di protesta.
Il decreto che è stato ritirato dal governo brasiliano avrebbe riguardato la possibilità di privatizzare 3.000 chilometri di fiumi (non solo il Tapajós ma anche il Madeira e il Tocantins), incrementando un processo di trasformazione dei corsi d’acqua che è già in corso. Fino a dieci anni fa, il fiume Tapajós aveva acqua cristallina. Oggi è inquinato sia da materiali che derivano dalle miniere, sia dal gasolio che permette lo spostamento delle merci. Un’ulteriore industrializzazione avrebbe rappresentato un pericolo per la vita delle comunità locali. «La trasformazione dei fiumi dell’Amazzonia in vie di sfruttamento economico minaccia direttamente i territori indigeni, i modi di vita tradizionali, la sicurezza alimentare, la biodiversità e l’equilibrio ambientale dell’intera regione» hanno detto i rappresentanti della Federazione dei popoli indigeni del Pará. La loro è stata soprattutto una richiesta di essere ascoltati. La decisione del governo di Luiz Inácio Lula da Silva, che per una volta ha preso una posizione coerente con i suoi proclami ambientalisti, rimarrà come una buona notizia per tutti i movimenti di difesa della Terra, dal basso.

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