La fabbrica di cioccolato che nutre l'Amazzonia
Il cacao con cui Dona Nena realizza i suoi cioccolatini sull'isola di Combu, nel nord del Brasile, in mezzo alla selva. Un'alternativa all'agricoltura intensiva, motore di deforestazione
Nutrite dalla potenza del fango scuro, le radici disegnano anfratti, fenditure, archi. Strette in un abbraccio di legno, si fanno tronco, rami, foglie e s’arrampicano per settanta metri, congiungendo la terra e il cielo. Ha una maestosità antica la sumaúma, regina vegetale dell’Amazzonia. Quella che si erge sovrana sull’isola di Comb, a mezz’ora di barca da Belém, nel nord del Brasile, veglia da 280 anni sui viventi. E se ne prende cura. «Per questo il cacao che cresce qui ha un sapore così intenso», racconta Izete Santos Costa, 60 anni, meglio conosciuta come «Dona Nena», mentre mostra gli enormi semi giallo scuro fra cui è nata. «A lungo non ne ho capito il valore, come il resto della mia famiglia e degli abitanti di Combu. Li vendevamo grezzi per pochi spiccioli al mercato di Belém. A comprarli erano gli intermediari delle grandi marche straniere che li trasformavano in cioccolatini. Pian piano mi sono detta: «Non possiamo farlo noi?».
Dona Nena ha, così, cominciato a investire i magri risparmi in studi di cioccolateria e rudimenti di economia. In uno di questi ha conosciuto il consulente d’impresa Mario Carvalho e, con la sua collaborazione, ha creato, nel 2017, «Filha do Combu», la fabbrica di cioccolato della foresta. Non solo perché è situata geograficamente sulle rive del Guamá, uno degli affluenti del Rio delle Amazzoni. «Filha do Combu» ne condivide la linfa: portato dalle correnti aeree che soffiano sulle Ande, il suo cacao germoglia nel bosco, accanto alle piante di cumaru, bacuri, asaí, copoazú. Ai piedi della sumaúma. Un’alternativa concreta – redditizia, con una crescita annuale tra il 10 e il 20 per cento, e replicabile in scala - all’agricoltura intensiva, tra i principali motori di deforestazione. «Non è necessario né utile tagliare gli alberi per far posto alle piantagioni. Al contrario.
Sviluppandosi insieme si sostengono gli uni con le altre. Oltre alla coltivazione e alla raccolta, poi, ci occupiamo anche della trasformazione, in modo che il valore aggiunto vada alla comunità», aggiunge l’imprenditrice mentre si aggira fra gli scaffali carichi di tavolette, cioccolata in polvere e bon bon. Al di là del vetro, che divide e unisce l’emporio dal laboratorio, un gruppo di artigiani sono intenti ad ammassare in piccole sfere lievemente irregolari i due ingredienti base: pasta cacao e zucchero grezzo. Nient’altro, né latte né additivi né coloranti. Fra le loro mani avvolte in guanti monouso, prende forma «a brigadeiro da floresta», il cioccolatino della foresta, il più famoso di Combu.
Dal presidente francese Emmanuel Macron alla leader dell’Assemblea generale Onu, Annalena Baerbock, tanti ospiti internazionali hanno fatto tappa nell’isolotto del fiume Guamá per provarlo. Per la selva e il popolo dei «riberinhos» – comunità tradizionale di immigrati dal resto del Brasile – che la abitano, questo cioccolato è diventato un volano di sviluppo sostenibile. Tutta la catena produttiva è a chilometro zero. Dona Nena compra il cacao in loco e da Combu provengono anche i suoi venti dipendenti, sedici dei quali sono donne. Intorno alla fabbrica, poi, sono state avviate iniziative collaterali: dalle esperienze di ecoturismo, al bar, ai corsi di cucina amazzonica. Un esempio di economia che non solo non uccide ma dipende dalla vita della selva. L’Istituto sulle risorse mondiali ha calcolato di recente che le produzioni integrate nella foresta potrebbero contribuire al Pil brasiliana per almeno 8,2 miliardi di dollari l’anno. Questa la direzione indicata dalla Conferenza Onu sul clima (Cop30), celebrata a novembre proprio a Belém. Ora, però, tocca agli Stati decidere di sostenerla.
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