La lenta morte delle civiltà del Tigri
Il fiume che ha cullato lo sviluppo delle prime città della storia si sta prosciugando. A rischio è la vita degli iracheni che oggi abitano il suo bacino e il perpetuarsi dei riti sacri legati alle sue correnti

Ci è stato insegnato che il Tigri, al pari dell'Eufrate, non è “solo” un fiume. È il corso d’acqua che ha cullato lo sviluppo delle civiltà mesopotamiche e, con queste, la nascita delle prime città e dei primi Stati della storia. È nella mezzaluna fertile della Mesopotamia - che oggi corrisponde principalmente all'Iraq, ma include anche parti della Siria orientale, della Turchia sud-orientale e dell’Iran sudoccidentale - che sono state trovate le più antiche tracce di “coltivazione intenzionale” della terra, ovvero dell'agricoltura. Qui sono state inventate la scrittura e la ruota. Millenni dopo quelle “rivoluzioni”, geniali e cruciali per l’umanità intera, la vita di questa regione è in pericolo proprio per mancanza di acqua. Il Tigri sta, letteralmente, morendo.
L’Iraq è tra i Paesi arabi più colpiti dal cambiamento climatico. Battuto da violente tempeste di polvere e sabbia, ha registrato un calo del 30% delle precipitazioni ed è alle prese con la peggiore siccità da quasi un secolo. Quest’estate il livello del Tigri era così basso che si poteva tranquillamente attraversarlo a piedi. Man mano che il volume del fiume diminuisce aumenta la concentrazione degli inquinanti. È stato stimato che la domanda di acqua dolce dovrebbe superare l’offerta entro il 2035. Con pesanti conseguenze per l’irrigazione, i trasporti, l’industria, la produzione di energia della regione. A rischio è la vita dei circa 18 milioni di iracheni che vivono nel suo bacino.
C'è un altro fattore che incidere sulla portata del fiume: la politica dettata dalla siccità. Negli ultimi 30 anni, la Turchia ha costruito grandi dighe che riducono fino al 33% la quantità d’acqua che, scorrendo verso est, raggiunge Baghdad. Lo stesso ha fatto l’Iran che ha pure deviato il corso dei fiumi che alimentano il Tigri. Lo scorso novembre, Baghdad e Ankara hanno firmato un accordo per cercare di migliorare la disponibilità delle risorse idriche irachene. L'intesa è stata presentata come una “unica nel suo genere” ma non sono stati diffusi molti dettagli a farne apprezzare l'impatto. Molti l’hanno descritta come un baratto, “petrolio in cambio di acqua”, caratterizzato da condizioni, per giunta, “non vincolanti”. La Turchia, questo è in breve il senso della partnership, realizzerà in Iraq nuove infrastrutture per la gestione dell’acqua in cambio di forniture di greggio. Formula che esperti, attivisti ambientali e opinione pubblica temono possa portare a una cessione di sovranità sulle risorse idriche irachene.
Senza acqua si teme, in particolare, per i mandei, una minoranza religiosa di origine gnostica che vive nell’Iraq meridionale, in particolare nella provincia di Maysan, da più di mille anni. L’acqua è centrale nella loro fede: ogni evento importante della vita richiede una purificazione rituale nell’acqua corrente (non stagnante) del fiume. Nidham Kreidi al-Sabahi, il capo religioso della comunità di Amarah, racconta che deve usare esclusivamente acqua prelevata da un fiume che scorre persino per bere e di non essersi mai ammalato facendolo perché, finché l’acqua è in movimento, è pulita. Presto, di acqua potrebbe non essercene proprio più: né corrente, né stagnante. Che ne sarà di questa gente? Alcuni mandei hanno già lasciato il Paese per trasferirsi nella regione autonoma del Kurdistan.
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