Il pugno degli Usa al clima
Non tira una bella aria: fra l'uscita degli Stati Uniti dall'Ipcc e l'Accordo di Parigi vicino al fallimento
Tira una brutta aria in fatto di clima. Che gli Usa non amassero particolarmente l’Onu, e le sue innumerevoli e diverse agenzie, si sapeva già. Ma l’uscita confermata da Donald Trump dall’Ipcc, (Intergovernmental Panel on Climate Change) ovvero il «gruppo-guru» del cambiamento climatico, un po’ di effetto lo fa. Soprattutto per noi italiani che, proprio grazie a quel gruppo di lavoro, con Riccardo Valentini come membro del gruppo intergovernativo, scienziato italiano e professore di ecologia forestale, possiamo vantarci di un Premio Nobel per la Pace, era il 2007, assegnato per gli studi di valutazione dei rischi legati ai cambiamenti climatici indotti dall'uomo. Grazie a quelle ricerche si è poi giunti ai trattati internazionali per mitigare le emissioni, e fra questi anche l’Accordo di Parigi.
La decisione degli Stati Uniti, ispirata dalla negazione di un’evidenza scientifica, depotenzia fortemente il gruppo di lavoro internazionale capace di individuare le criticità e trovare le soluzioni per guidare le future scelte politiche. Se non ci fosse stato l’Ipcc, lo ricordiamo, oggi non saremmo qui a parlare di gas serra, cambiamento climatico e riscaldamento globale. La mossa, a detta di molti, è una "dichiarazione di guerra" alla scienza e alle azioni per il clima. E comporta due gravi conseguenze per tutti: in primo luogo, dal punto di vista dei fondi, con la dipartita statunitense l’Ipcc vede sparire circa 1,67 milioni di dollari all’anno dal proprio fondo fiduciario, di cui gli Stati Uniti sono tra i massimi contribuenti storici. Il secondo aspetto, non meno impattante, è la possibilità che sempre più scienziati statunitensi si possano trovare d’ora in poi in difficoltà nel partecipare individualmente ai lavori del Panel, cosa loro non preclusa a titolo personale.
Ma non c’è solo l’addio all’Ipcc. Washington diventa anche il primo Paese al mondo a uscire dall’Unfcc, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, l’accordo che dal 1992 costituisce la base di tutti i principali negoziati internazionali sul clima. L'Unfccc, ratificata dal Congresso nel 1992, stabilisce l'obbligo per i Paesi industrializzati di ridurre e monitorare le proprie emissioni e di sostenere le nazioni più povere nella lotta al cambiamento climatico. Sotto il suo ombrello sono nati accordi storici come il Protocollo di Kyoto e gli Accordi di Parigi. Il motivo? È inutile «investire risorse e credibilità in istituzioni che non servono o contrastano gli interessi americani».
Peccato che disastri naturali quali incendi, inondazioni e terremoti abbiano ucciso oltre 17 mila persone nel 2025 e causato perdite economiche per circa 191 miliardi di euro. L'evento più costoso nel 2025 e della storia è stato di gran lunga la serie di incendi boschivi nell'area di Los Angeles del gennaio dello scorso anno, con perdite pari a 45,3 miliardi di euro, di cui 34,188 miliardi di euro assicurati. Il pugno degli Stati Uniti al clima arriva infine proprio nell’anno in cui, dopo un intero decennio di scongiuri (e poche azioni), si è superato il fatidico grado e mezzo, limite posto dal tanto odiato da Trump, accordo di Parigi. Il 2025 infatti é stato il terzo anno più caldo mai registrato a livello globale, e insieme al 2023 e al 2024 segna un punto di svolta storico per il clima del pianeta: per la prima volta, la temperatura media globale su un periodo di tre anni ha superato la soglia di +1,5 C rispetto ai livelli preindustriali.
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